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Ultimo monologo di un diverso

Guardarsi allo specchio e provare quella sensazione strana di trovarti davanti ad uno sconosciuto.

Che schifo quel corpo asciutto e piatto. E quel coso lì che penzola deturpando ancor più l’aspetto. Io non sono quello! No… lo vedo con gli occhi miei interiori.

Gli attributi non sono al posto giusto. Qui c’è stato un errore nella lavorazione. Qualcuno distratto nella catena di montaggio ha messo fuori quel che andava  custodito gelosamente all’interno. Dovevano essere ovaie e invece mi ritrovo con dei testicoli e quello che  doveva essere il mio utero è diventato un inutile appendice. Dove sono le mie labbra? Dove le mammelle che pur sento di avere?

Nessuno dei suoi cari si è accorto di nulla anche se la postura… il modo di camminare… quello di gesticolare non sono tipici di una identità maschile. Le lezioni di danza classica, iniziate da bambino, hanno giustificato agli occhi dei suoi cari il suo portamento. E’ stata la mamma a insistere per fargli fare danza e lui da bravo e tenero figlio aveva ubbidito senza porre obiezione alcuna.

La mamma… profumo di fiori freschi. Usa sempre profumi dolci che sanno di buono.

Quante volte scherzando con lei se li spruzzava addosso e poi a scuola i compagni lo sfottevano “femminuccia” lo chiamavano e lui per difendersi diceva: “E’ il profumo della mamma, lei mi abbraccia e mi rimane addosso”. Non capiva ancora cosa stesse succedendo ma vedeva i sorrisetti di scherno e le gomitate che i compagni non sempre si davano di nascosto.

Quando si è piccoli ci si sofferma poco su questi particolari. Ci sono tante altre cose a cui pensare. Ad esempio cercare di inventarsi una scusa per giocare con le bambole della sorellina al posto di quelle orrende pistole che gli propinavano ad ogni festa o ricorrenza. Ma bisognava farlo di nascosto di papà. Quando lui non era in casa. Lui, uomo tutto d’un pezzo, orgoglioso della sua virilità. Quante volte l’ha sentito vantarsi delle sue giovanili imprese amorose! Mentre la mamma nasconde il suo imbarazzo dietro impacciati sorrisi…

Chissà che pensa di tutta sta faccenda. Povera mamma, se solo sapesse! Come vorrei poggiare la mia testa sopra il suo petto e raccontare a lei il mio tormento! Sono sicuro che lei comprenderebbe se… se non avesse paura di mio padre. Lui così fiero di avere un figlio maschio che gli garantirà la discendenza.Come prenderebbe la notizia di aver un figlio maschio a… metà?

NO… non lo saprà. O, almeno, non sarò io a dire a lui questa verità.

Ancor ieri a scuola li ho visti i sorrisetti dei compagni e delle compagne. Ho udito i loro commenti, le loro salaci battute al mio indirizzo lanciate. Non so tra le due parti chi mi ferisce maggiormente. E devo andare avanti.

Lo so che dovrei andare avanti ma non ce la faccio a sostenere questa situazione. Troppo il peso di questa mia esistenza. Di questo contenente che non riflette il contenuto.

Dicono che non sono normale e che dovrei vergognarmi di essere così.

Io sono gay ma non lo posso dire. Non alla società “civile”. A quella società che va ogni domenica a messa e che si confessa salvo poi a compiere atti ignominiosi fuori. C’è chi va a messa e fuori mente e ruba. Chi si batte il petto in un ipocrita mea culpa e poi di nascosto abusa dei bambini. Chi addita col dito il diverso salvo poi  usarlo per i suoi immondi desideri clandestini. Eppure si professano credenti e praticanti! Ma praticanti di cosa? Non c’è coerenza nel loro comportamento ma nessuno li addita a dito. Mentre io che amo il sole e le stelle. Che mi incanto alla vista dei fiori e del mare. Che mi commuovo davanti a un tramonto e piango ascoltando una canzone… Io no… io debbo reprimere la mia vera natura, nascondermi come un ladro o un malfattore perché io non ho nemmeno il diritto d’ esistere …

La bara bianca, coperta di fiori, troneggia al centro del cimitero [non si celebra in chiesa il funerale di un suicida] colmo di persone. Ci stanno tutti: il padre che d’improvviso ha perso la sua spavalderia, i compagni che si guardano increduli, sul volto una domanda che non avrà risposta. I curiosi, la gente come lui e quella bigotta.

Il prete pronuncia la sua omelia cercando di spiegare ai presenti l’importanza della vita e la vigliaccheria di chi decide di morire.

Sono tutti lì ad ascoltare ma c’è tra loro qualcuno che per una volta almeno avrà il coraggio di dire che lui è morto per colpa di questa cosiddetta società “civile”?

Un ultimo saluto, una lieve e invisibile carezza sulla guancia della madre che silente e sola, chiusa nel suo dolore, fissa la bara bianca.

“Arrivederci, mamma!”.

P.S.// Per  Matteo morto suicida a 16 anni perché non sopportava più di essere chiamato “gay” vola questo mio piccolo aquilone…(Forse Matteo non era gay… ma non è la sua storia che ho voluto raccontare, quanto la necessità, mia personale di capire cosa si provi nello scoprire di essere “diverso”…)

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Dream?

La spiaggia in settembre ha perso parte dei colori smaglianti dell’estate. C’è una predominanza di grigi sfumati nei colori del mare e del cielo. La sabbia, nelle prime ore mattutine, è umida…colpa della brezza marina…

Un ‘ immagine si delinea all’orizzonte. Il corpo avvolto in un rosso pareo di seta i cui lembi, così come  i lunghi capelli, vengono smossi dalla brezza  che soffia dal mare e come una leggera carezza le sfiora la pelle facendola rabbrividire leggermente .

Cammina rasente la battigia mentre piccoli schizzi d’acqua , infrangendosi sulla riva, ne carezzano il corpo…bagnano il leggero  ed impalpabile pareo che or aderisce alle di lei gambe mettendo maggiormente in risalto le morbide linee.

In alto nel cielo qualche gabbiano, anch’egli mattiniero, volteggia sull’acqua in cerca di cibo per la  prima colazione.

Un lento gesto della mano a trattener i capelli sulla nuca…lo sguardo perso in lontananza…dritto davanti a sé.

Null’altro intorno…almeno così sembra fino a che…si ferma…

Osserva incuriosita, fessurizza lo sguardo…diviene attenta.

Si raddrizza sulla schiena  in difesa.

Non una parola …né un fremito.

Come ostrica dischiude le labbra…trattiene il respiro…immobile guarda l’ombra avanzare. Vaga…indistinta…ancor distante…

Lei si sforza di trattener i battiti del cuore controllandone il respiro.

Attimi che sembrano eterni prima che i contorni prendano forma.

Gli occhi sbarrati osservano la sagoma  farsi più vicina, acquista contorni ben precisi … nitidi. Una fragranza di spezie orientali , sensuale e vibrante, le arriva  alle narici stordendola…

Giunto alla sua altezza, i loro visi vicini, così vicini da sentir l’alitar del respiro affannoso , quello di lui…dolce e pacato il suo, le si pone davanti  osservandola fissamente.

Lo sguardo scuro ,profondo, conturbante  la fa sentire  ancor più nuda  mentre con voce suadente , le labbra distese in un ampio ed avvolgente sorriso le sussurra :

<Sei tu! – quindi soggiunge  con voce roca- Tiavrei riconosciuta tra mille…>.

Driiinnn…..driiinnnn…il suono fastidioso della sveglia…

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il_sogno_di_un_rifugio_di_montagna_tutto_per_se_news_detail_1Finalmente ci siamo!

Uscirono così le parole, rimbombando nella stanza vuota. Sollevò la testa fermando le mani sopra la borsa da viaggio azzurra – ultimo acquisto fatto dopo aver per giorni girovagato per i negozi del centro – spaventata lei stessa dal suono prodotto dalla sua voce.
Si guardò attorno trattenendo per un attimo il respiro poi, come inseguendo una visione, volse lo sguardo verso la finestra.
Imbruniva e le flebili luci dei lampioni proiettavano, sull’asfalto bagnato, le immagini dei palazzi con le loro luci…
Sembrava di guardare il mondo capovolto. Chissà qual è la vera immagine reale. Quella che c’è sopra o quella…sotto?
Scosse la testa, non c’era tempo per riflessioni filosofiche , tornò decisa verso il grande armadio a muro. Aprì ancora qualche cassetto frugando in cerca di indumenti pesanti anche se aveva rifatto il suo guardaroba proprio per quella occasione. Tornò a guardare la borsa che giaceva già semipiena ai piedi del letto, per poi decidersi a chiudere anche l’armadio.
Compì gli ultimi gesti come un automa. All’improvviso non le importava più cosa avrebbe portato con sé. Una strana frenesia si impossessò di lei e dopo aver chiuso con energia la valigia volse i suoi passi verso il balcone. C’era da chiudere il rubinetto dell’acqua e l’erogatore del gas. Passando nel lungo corridoio lanciò un fugace sguardo nella camera dei figli. Pullover, camicie, jeans, scarpe, giacevano sparpagliati sulle sedie, sulla scrivania, per terra. Abbandonati in giro come se nella stanza ci fosse stata la visita dei ladri o qualche evento catastrofico che avesse costretto gli abitanti a darsi alla fuga a precipizio. Resistette all’impulso, inconscio, di entrare a sistemare. Scrollò le spalle, in fondo erano abbastanza grandi da prendersi cura delle loro cose. Così come lo erano stati quando avevano deciso di partire per conto proprio per la settimana bianca con gli amici.
Raddrizzò le spalle e con passi decisi si diresse per portare a termine le ultime incombenze. Un ultimo sguardo nello specchio del bagno le proiettò l’immagine di una donna ancora bella ed in piena forma nonostante gli anni, i figli ed i primi capelli bianchi che il suo abile parrucchiere riusciva a coprire con dei bellissimi contrasti giocati sui toni del biondo …
Inarcò il sopracciglio sinistro mentre un leggero sorriso le increspava gli angoli della bocca ancora seducente e carnosa. Poi afferrata la borsa da viaggio prese al volo il cappotto e la sciarpa e senza dar un ultimo sguardo alla casa chiuse decisa la porta alle sue spalle.
Non ebbe problemi ad uscire dal parcheggio, Giovanni il portiere vedendo la macchina uscire dai garage le aprì immediatamente il cancello.
Devo ricordarmi di fare un regalo anche a lui…magari al mio ritorno gli porterò un souvenir. Alzò l’esile mano e sorrise al portiere che dentro la guardiola la guardava con un ‘espressione che sembrava triste. Tentò di leggere il labiale : Faccia buon viaggio! Chinò la testa in cenno affermativo e con decisione ingranò la marcia. Slittarono leggermente le ruote sull’asfalto bagnato. Sorrise, un sorriso di bimba che ha appena compiuto una marachella, soddisfatta lei stessa per la sua spavalderia. Prese la via.
L’attendeva un lungo tragitto e, contrariamente a quelle che erano sempre state le sue abitudini non riusciva a spiegarsi come mai avesse deciso di partire al tramonto.
Quante volte aveva discusso con lui che si ostinava a viaggiare di notte motivando la sua decisione col fatto che la notte le strade sono deserte e si cammina più velocemente.
Ma adesso lui non c’era, al telefono le aveva detto “Vai, se hai deciso di andare ma non aspettarti che ti seguirò”.
Aveva chiuso lo sportelletto del cellulare con una rabbia tale che stava per staccarsi. La sfida che aveva sentito nelle sue parole l’aveva imbestialita.
Osava dubitare della sua capacità di agire? Come se fosse una bimbetta che aveva ancora bisogno della balia. Pigiò sull’acceleratore mentre le nocche sbiancavano strette attorno al volante. Avrebbe dimostrato a lui ed ai figli che sapeva benissimo cavarsela da sola… Tale pensiero la proiettò immediatamente verso la meta del suo viaggio.
Quante e quante volte, da bambina prima e da adulta poi, aveva sognato una vacanza come quella che si accingeva a compiere.
Accese la radio e infilò il suo cd preferito. Le note del sassofono si diffusero nel piccolo abitacolo della sua Citroen C1 e la aiutarono a rallentare i pensieri.

Arrivò a notte inoltrata nel piccolo paese coperto di neve.
Il viaggio , fortunatamente, si era rivelato senza imprevisti.

Fermò la macchina al centro della piazzetta dove troneggiava un grandissimo abete pieno di luci e di neve…e dopo aver riindossato cappotto, sciarpa e guanti scese e si diresse verso l’unico albergo del posto che si trovava di fronte alla chiesa. In quel momento l’orologio del campanile batteva due rintocchi. Si sgranchì le gambe prima di suonare e rimase in attesa del portiere che giunse di lì a poco. Compassato ma non tanto da non lasciar intravedere il suo stupore per quel arrivo nel cuore della notte.

– Buona sera – salutò cortese mentre allungava il collo per vedere se per caso era in compagnia. Lei avanzò decisa verso la reception e chiese una camera per la notte.
Accertatosi che era veramente sola il portiere richiuse l’uscio e si apprestò a compiere le solite formalità dopo averle detto che era fortunata in quanto una stanza c’era ancora, ma solo per quella notte.
– Sa, gli ospiti che hanno prenotato inizieranno ad arrivare soltanto verso l’ora di pranzo . – Un debole sorriso a mo’ di assenso mentre rispondeva:

– Ho preso in affitto un cottage, su in montagna, ma non me la sento di arrivare su a quest’ora.
– Direi che è una saggia decisione – acconsentì il portiere di notte. – La strada è ghiacciata oltre che piena di curve e tornanti.
Espletate le formalità le consegnò le chiavi della camera:
– 48, terzo piano e…buon riposo.
Annuì mentre si dirigeva verso l’ascensore che si richiuse alle sue spalle dopo aver pigiato sull’apposito bottone.
La camera pulita, arredata in stile “arte povera”, era abbastanza calda. Si liberò del cappotto, dei guanti e degli stivali e si buttò sul letto. Il sonno la colse subito e si addormentò così… con i vestiti indosso.La luce del sole che penetrava attraverso gli spiragli della persiana la destarono da quel sonno. Aprì gli occhi per poi repentinamente richiuderli in preda ad un senso di disorientamento. Quello di chi è poco avvezzo a viaggiare e fatica a capire dove si trova.
Poi realizzò.
I ricordi degli ultimi giorni le si pararono davanti, impietosi. Un leggero fremito delle labbra che lei stessa bloccò dirigendosi verso il bagno. Una buona doccia, ecco cosa mi ci vuole. Sorrise all’immagine che le rimandava indietro il piccolo specchio di quel piccolo bagno d’albergo. Poi il ricordo del cottage le fece accelerare le azioni. Scese nella hall dove c’era ancora il portiere del turno di notte che nel vederla le sorrise.
– Buona giornata, Signora! La colazione è a buffet ed è già pronta – annuì avviandosi verso una piccola stanza, anch’essa arredata con lo stesso stile della camera da letto. L’odore del caffè e del latte stuzzicò il suo stomaco ricordandole che la sera prima non aveva cenato.
Finita la colazione e saldato il conto uscì all’aperto. La giornata si presentava magnifica. I primi raggi del sole rischiaravano già la piazzetta dove aveva parcheggiato. Salì e mise in moto. La macchina stentava a partire per colpa del freddo della notte. Sterzò dolcemente e puntò decisa il muso dell’auto verso la strada che l’avrebbe portata nella sua oasi silenziosa.
Procedeva a guida sostenuta sia per la strada, il cui ghiaccio iniziava a sciogliersi, sia perché affascinata dallo spettacolo che vedeva.
Meno male che aveva messo i pneumatici da neve. A dire il vero ci aveva pensato Luca, il primogenito. Forse in un momento di “rimorso”.
Le aveva chiesto le chiavi della macchina spiegandole che gli servivano proprio per portarla dal gommista a farle sistemare le ruote visto che andava sulla neve.
I rami degli alberi appesantiti dalla neve sembravano inchinarsi al suo passaggio. Più procedeva lungo la salita più lo spettacolo di quella bianca natura la estasiava. La vide in lontananza quella piccola casetta costruita interamente in legno, in puro stile tirolese. Il cuore sobbalzò in petto. Finalmente il suo sogno di fanciulla era lì davanti a lei. Quante volte, nei grigi e lunghi inverni cittadini aveva sognato di trovarsi in un posto come quello!
Ed ora finalmente aveva smesso di essere sogno ed era divenuto realtà…
Il suo sogno… la sua realtà.
Accelerò quel tanto per accorciare la distanza e si fermò.Non seppe dire, in seguito, se tra lo spegnersi del motore e l’aprirsi dell’uscio ci fosse stato o meno un lasso di tempo o tutto fosse avvenuto contemporaneamente. L’unica cosa certa era che lì, davanti alla porta c’erano loro…

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