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Anche a casa mia c’è il Nord ed il Sud:

la soffitta e lo sgabuzzino…

Scendono patine di silenzio nella vecchia soffitta, da tempo abbandonata, con la volta di vetro puntata come un missile verso il cielo.

Si fermò sull’uscio. I raggi del sole, passando attraverso i vetri, illuminavano un sottilissimo pulviscolo, sospeso nell’aria, che rendeva magica l’atmosfera della stanza con quel dorato baluginio. Evidentemente polvere metallica.

Fece qualche passo avanti, verso il centro della stanza, rompendo qualche ragnatela che le sfiorava il volto. C’è tanta di quella polvere depositata sulle cose che perfino i ragni hanno abbandonato da tempo le loro trappole per moria di insetti.

Riportò lo sguardo sulla volta vetrata. Era una costruzione avanguardista per il periodo in cui fu costruita. Una sfida allo stile architettonico della rigida epoca vittoriana. In realtà l’architetto, nel suo progetto, aveva previsto la tipica soffitta quadrata con le ampie finestre ad arcata, progetto che ricordava molto il Bracketed style, ma il suo bisavolo era un uomo dal carattere estroso ed estroverso che adorava gli spazi ampi e luminosi e così aveva fatto costruire quella cupola di vetro, precedendo di qualche decennio quella molto più grande e famosa del  palazzo del Reichstag di Berlino:

-Per guardare il cielo quando pioveva. – Era stata la sua spiegazione.

Sorrise ripensando alle  impavide e spregiudicate gesta del giovane bisavolo che la nonna soleva raccontarle. Come ad esempio il ghiribizzo che gli prendeva, ogni tanto, di far lanciare monete d’oro in aria dai suoi servitori per poi divertirsi a colpirli con la sua colt. Di questo i servitori gli erano riconoscenti, che le monete una volta bucate, rimanevano lì, sul prato, abbandonate.

Volse lo sguardo attorno a sé, in un angolo, addossato alla parete, uno scaffale con le ante di vetro molato custodiva i suoi giocattoli. Ricordava ancora il giorno che li aveva portati su , aiutando il padre. Era il periodo delle vacanze, la scuola era finita da poco e lei già si annoiava, lì in quella grande casa, senza compagni con cui giocare. Nemmeno un fratello, nè una sorella. Eppure quanto avrebbe desiderato averne uno o una! Tante volte era stata sul punto di chiedere alla mamma di farle trovare questo regalo sotto l’ albero ma poi si era sempre trattenuta. I bambini a volte comprendono istintivamente quando è il caso di tacere. E, istintivamente, lei sentiva che quello era un argomento che in casa non si poteva toccare. Solo molto più tardi ne comprese la ragione. La mamma aveva avuto un parto non solo doloroso ma molto difficile  che ne aveva pregiudicato la possibilità di poter generare altra vita. Si intenerì al pensiero, provando un baratro d’affetto enorme per quella donna, per sua mamma.

Si accostò alla mensola, alcune bambole erano state posate una accanto all’altra, come a tenersi compagnia. Le prime bambole con la faccia ed il corpo in vinile, vestite e pettinate come signorine. Chissà se a sua figlia sarebbero piaciuti i suoi giocattoli…

I suoi giocattoli: ad esempio quel minuscolo servizio da thé in porcellana che il padre le aveva portato di ritorno da uno dei suoi viaggi dalla Cina o il teddy-bear, rigorosamente cucito a mano con gli occhi di vetro ed il naso in pelle nera,  che giaceva con le spalle a ridosso ad un libro di favole. Richiuse piano le ante, senza provare emozione alcuna,  con lo stesso sentimento con cui si girano le pagine di un libro già letto.

Era andata su per un altro motivo. Tornò a guardarsi attorno, soffermando lo sguardo su ogni oggetto che incrociava i suoi occhi. Ognuno portava impresso la memoria di qualcosa. Ed emergevano così, lievemente, i ricordi, le sensazioni, le emozioni…

Ed eccolo lì quello che cercava: un mezzo busto di marmo bianco su un piedistallo in onice nero.

Sembrava una di quelle sculture che si mettono sulle tombe, nei cimiteri. Non aveva mai capito perché mai si trovasse in casa quella scultura. Collocata in un angolo dell’ entrata principale della parte posteriore. Quella che portava al giardino sul retro della villa. Adorava quel giardino, non solo perché era sempre avvolto da una leggera frescura, che il sole riscaldava solo al mattino, trovandosi ad est, ma anche perché al centro, in un grande stagno coperto di ninfee rosa, nuotavano placidamente tanti pesciolini rossi, bianchi, arancioni. Un arzigogolato sistema idrico favoriva l’ossigenazione dell’acqua che scorreva sopra  rocce naturali, rituffandosi dentro lo stagno. Ricordava i pomeriggi in cui, seduta su una delle poltroncine in vimini, sorseggiava corroboranti frullati di mirtilli con unici ospiti le sue bambole che occupavano le altre sedie vuote.  Poco oltre un leggero pendio conduceva su un sentiero che dopo aver costeggiato un ampio vigneto,  scompariva nel bosco.

to be continued…

Guardarsi allo specchio e provare quella sensazione strana di trovarti davanti ad uno sconosciuto.

Che schifo quel corpo asciutto e piatto. E quel coso lì che penzola deturpando ancor più l’aspetto. Io non sono quello! No… lo vedo con gli occhi miei interiori.

Gli attributi non sono al posto giusto. Qui c’è stato un errore nella lavorazione. Qualcuno distratto nella catena di montaggio ha messo fuori quel che andava  custodito gelosamente all’interno. Dovevano essere ovaie e invece mi ritrovo con dei testicoli e quello che  doveva essere il mio utero è diventato un inutile appendice. Dove sono le mie labbra? Dove le mammelle che pur sento di avere?

Nessuno dei suoi cari si è accorto di nulla anche se la postura… il modo di camminare… quello di gesticolare non sono tipici di una identità maschile. Le lezioni di danza classica, iniziate da bambino, hanno giustificato agli occhi dei suoi cari il suo portamento. E’ stata la mamma a insistere per fargli fare danza e lui da bravo e tenero figlio aveva ubbidito senza porre obiezione alcuna.

La mamma… profumo di fiori freschi. Usa sempre profumi dolci che sanno di buono.

Quante volte scherzando con lei se li spruzzava addosso e poi a scuola i compagni lo sfottevano “femminuccia” lo chiamavano e lui per difendersi diceva: “E’ il profumo della mamma, lei mi abbraccia e mi rimane addosso”. Non capiva ancora cosa stesse succedendo ma vedeva i sorrisetti di scherno e le gomitate che i compagni non sempre si davano di nascosto.

Quando si è piccoli ci si sofferma poco su questi particolari. Ci sono tante altre cose a cui pensare. Ad esempio cercare di inventarsi una scusa per giocare con le bambole della sorellina al posto di quelle orrende pistole che gli propinavano ad ogni festa o ricorrenza. Ma bisognava farlo di nascosto di papà. Quando lui non era in casa. Lui, uomo tutto d’un pezzo, orgoglioso della sua virilità. Quante volte l’ha sentito vantarsi delle sue giovanili imprese amorose! Mentre la mamma nasconde il suo imbarazzo dietro impacciati sorrisi…

Chissà che pensa di tutta sta faccenda. Povera mamma, se solo sapesse! Come vorrei poggiare la mia testa sopra il suo petto e raccontare a lei il mio tormento! Sono sicuro che lei comprenderebbe se… se non avesse paura di mio padre. Lui così fiero di avere un figlio maschio che gli garantirà la discendenza.Come prenderebbe la notizia di aver un figlio maschio a… metà?

NO… non lo saprà. O, almeno, non sarò io a dire a lui questa verità.

Ancor ieri a scuola li ho visti i sorrisetti dei compagni e delle compagne. Ho udito i loro commenti, le loro salaci battute al mio indirizzo lanciate. Non so tra le due parti chi mi ferisce maggiormente. E devo andare avanti.

Lo so che dovrei andare avanti ma non ce la faccio a sostenere questa situazione. Troppo il peso di questa mia esistenza. Di questo contenente che non riflette il contenuto.

Dicono che non sono normale e che dovrei vergognarmi di essere così.

Io sono gay ma non lo posso dire. Non alla società “civile”. A quella società che va ogni domenica a messa e che si confessa salvo poi a compiere atti ignominiosi fuori. C’è chi va a messa e fuori mente e ruba. Chi si batte il petto in un ipocrita mea culpa e poi di nascosto abusa dei bambini. Chi addita col dito il diverso salvo poi  usarlo per i suoi immondi desideri clandestini. Eppure si professano credenti e praticanti! Ma praticanti di cosa? Non c’è coerenza nel loro comportamento ma nessuno li addita a dito. Mentre io che amo il sole e le stelle. Che mi incanto alla vista dei fiori e del mare. Che mi commuovo davanti a un tramonto e piango ascoltando una canzone… Io no… io debbo reprimere la mia vera natura, nascondermi come un ladro o un malfattore perché io non ho nemmeno il diritto d’ esistere …

La bara bianca, coperta di fiori, troneggia al centro del cimitero [non si celebra in chiesa il funerale di un suicida] colmo di persone. Ci stanno tutti: il padre che d’improvviso ha perso la sua spavalderia, i compagni che si guardano increduli, sul volto una domanda che non avrà risposta. I curiosi, la gente come lui e quella bigotta.

Il prete pronuncia la sua omelia cercando di spiegare ai presenti l’importanza della vita e la vigliaccheria di chi decide di morire.

Sono tutti lì ad ascoltare ma c’è tra loro qualcuno che per una volta almeno avrà il coraggio di dire che lui è morto per colpa di questa cosiddetta società “civile”?

Un ultimo saluto, una lieve e invisibile carezza sulla guancia della madre che silente e sola, chiusa nel suo dolore, fissa la bara bianca.

“Arrivederci, mamma!”.

P.S.// Per  Matteo morto suicida a 16 anni perché non sopportava più di essere chiamato “gay” vola questo mio piccolo aquilone…(Forse Matteo non era gay… ma non è la sua storia che ho voluto raccontare, quanto la necessità, mia personale di capire cosa si provi nello scoprire di essere “diverso”…)

Dream?

La spiaggia in settembre ha perso parte dei colori smaglianti dell’estate. C’è una predominanza di grigi sfumati nei colori del mare e del cielo. La sabbia, nelle prime ore mattutine, è umida…colpa della brezza marina…

Un ‘ immagine si delinea all’orizzonte. Il corpo avvolto in un rosso pareo di seta i cui lembi, così come  i lunghi capelli, vengono smossi dalla brezza  che soffia dal mare e come una leggera carezza le sfiora la pelle facendola rabbrividire leggermente .

Cammina rasente la battigia mentre piccoli schizzi d’acqua , infrangendosi sulla riva, ne carezzano il corpo…bagnano il leggero  ed impalpabile pareo che or aderisce alle di lei gambe mettendo maggiormente in risalto le morbide linee.

In alto nel cielo qualche gabbiano, anch’egli mattiniero, volteggia sull’acqua in cerca di cibo per la  prima colazione.

Un lento gesto della mano a trattener i capelli sulla nuca…lo sguardo perso in lontananza…dritto davanti a sé.

Null’altro intorno…almeno così sembra fino a che…si ferma…

Osserva incuriosita, fessurizza lo sguardo…diviene attenta.

Si raddrizza sulla schiena  in difesa.

Non una parola …né un fremito.

Come ostrica dischiude le labbra…trattiene il respiro…immobile guarda l’ombra avanzare. Vaga…indistinta…ancor distante…

Lei si sforza di trattener i battiti del cuore controllandone il respiro.

Attimi che sembrano eterni prima che i contorni prendano forma.

Gli occhi sbarrati osservano la sagoma  farsi più vicina, acquista contorni ben precisi … nitidi. Una fragranza di spezie orientali , sensuale e vibrante, le arriva  alle narici stordendola…

Giunto alla sua altezza, i loro visi vicini, così vicini da sentir l’alitar del respiro affannoso , quello di lui…dolce e pacato il suo, le si pone davanti  osservandola fissamente.

Lo sguardo scuro ,profondo, conturbante  la fa sentire  ancor più nuda  mentre con voce suadente , le labbra distese in un ampio ed avvolgente sorriso le sussurra :

<Sei tu! – quindi soggiunge  con voce roca- Tiavrei riconosciuta tra mille…>.

Driiinnn…..driiinnnn…il suono fastidioso della sveglia…

bimba-seduta-in-riva-al-mareChe ci farà mai una bimba tutta sola qui, sulla spiaggia, a quest’ora? – Si chiese perplessa Liliana mentre in quel tardo pomeriggio di un tempo primaverile percorreva, in compagnia del suo cane, la battigia. La tempesta della notte che aveva fatto ingrossare il mare era scomparsa all’improvviso, come all’improvviso era arrivata, lasciando nella risacca detriti sparsi un po’ ovunque. Qualche scarpa che aveva conosciuto tempi migliori, bottiglie di plastica annerite dal catrame scaricato dalle petroliere, vecchi tronchi sradicati chissà dove. C’era di tutto, sembrava di trovarsi a Portobello Road, sorrise all’associazione che inconsciamente le era venuta in mente.
Sarebbe più giusto dire al mercatino delle pulci rionale” bisbigliò piano guardando con profonda tristezza la spiaggia simile a una discarica . La mente procedeva per associazione di idee e davanti agli occhi le tornarono le immagini di quella stessa spiaggia tanti anni fa. Era nata e cresciuta in quel posto e pur vivendo ormai lontana da lì vi ritornava sovente nei fine settimana. Si chiudeva alle spalle la porta dell’appartamento in città e percorreva chilometri di autostrada mentre assaporava già il sapore della salsedine.
Lei e il mare, binomio inscindibile, unione forte e solida.
Più del mio matrimonio” . Continuava a rispondere ai suoi pensieri in quel dialogo muto fatto di ricordi.
Lo amava di un sentimento forte e viscerale.
Si sentiva tutt’uno con esso.
Respirò profondamente mentre le si gonfiava il petto e l’odore salmastro le penetrava nei polmoni. Riportò lo sguardo sulla piccola figura che si era alzata e aveva iniziato a lanciare delle pietre sulla superficie acquea. Sorrise a quella vista. Pur nell’epoca dell’elettronica, del computerizzato, delle PS e dei videogame i bambini continuavano a divertirsi con quel gioco. Si avvicinò con calma mentre si chinava e con l’occhio esperto individuava una pietra piatta e ovale…la fece saltellare sulla mano per saggiarne la pesantezza quindi flettendo di quarantacinque gradi il busto verso destra portò il braccio all’indietro per spingerlo poi con forza in avanti. La pietra scalfì la superficie “1…2…3”… iniziò a contare i rimbalzi che il sasso faceva a fior d’acqua. Il cane sorpreso da quel gesto tentò di lanciarsi in acqua ad afferrare il sasso ma l’arrivo di una leggere onda lo fece retrocedere dal suo intento. Anche la bimba scorgendola si fermò e, nel seguire il movimento della pietra, con voce dolce e bassa disse: < Siete proprio brava! Io riesco appena a fare solamente cinque “gradini”… non di più>. Stettero lì, donna e bambina, a seguire i movimenti del sasso che al tredicesimo rimbalzo andò  a cercare il fondale.
– Beh… anch’io alla tua età riuscivo a farne solo 4… o 5…- le rispose quindi sorridendole, mentre il cane, che fattosi coraggio aveva iniziato ad andare  avanti e indietro rincorrendo le onde, si era avvicinato e si asciugava il muso sulla gamba destra della bimba la quale, istintivamente,  sollevò la mano carezzandolo sulla testa, dimostrando così di non avere nessuna paura per un animale estraneo. “Questa è la bellezza dell’infanzia, essere aperti a tutto ed a tutti”… Sorrise al suo pensiero mentre osservava con curiosità la piccola.
Quanti anni aveva, sei…sette? Era minuta e indossava dei jeans larghi e lunghi che  coprivano un paio di scarpe da basket bianche e rosa, un leggero k-wei azzurro aperto sul davanti lasciava intravedere una felpa rosa come le scarpe con una scritta, in inglese probabilmente. Tentò di capire cosa diceva ma vi rinunciò contentandosi solo di due lettere… Y…K…troppo poco per capire cosa c’era scritto. Questa era un’altra delle sue manie.
Non riusciva a rimanere insensibile davanti a nessuna scritta. Fosse questa l’insegna del bar o della pubblicità sui cartelloni. Adorava le parole, o meglio la parola. Quel segno grafico che unito ad altri dava un senso alle cose ed ai pensieri. Tornò a guardare il mare e lo sguardo si perse in lontananza su una barca a vela che dolcemente segnava il confine tra l’ aria e l’acqua…
La piccola aveva iniziato a giocare con il cane che, contento per aver trovato qualcuno che gli prestava attenzione, correva avanti e indietro quasi ad invitar la bimba a cimentarsi in una gara di corsa.
In quel linguaggio muto fatto solo di istinti naturali si era stabilita tra i due una sorta di complicità. La piccola rispondendo alle sollecitazioni dell’animale iniziò a correre, i lunghi e soffici capelli ondulati scomposti dalla leggera brezza che spirava dal mare le finivano sugli occhi ma lei sembrava non avvedersene mentre ormai aveva iniziato ad avere il fiatone… Li osservò per un po’ quindi tornò a perdersi dietro i suoi pensieri.
Il cruccio più grande era dovuto a quel senso di vuoto che sentiva dentro e di cui non riusciva a individuarne l’origine… la ragione… “Se solo ci fosse qualcuno vicino a me ad aiutarmi a capire!”
La bambina stanca di quella corsa fuori programma si gettò di botto sulla sabbia vicino a lei. Rideva e implorava il cane:
< Basta..basta… non ce la faccio più>.
Scossa dalle risate Liliana richiamò presso di sé l’animale che ubbidiente si accucciò ai piedi della padrona probabilmente stanco anche lui. La piccola intanto si era messa seduta e tentava di risistemarsi i capelli liberando i grandi occhi color nocciola tra le cui ciglia era rimasta intrappolata qualche ciocca…
<Non sapevo che fosse così bello avere un cane! – disse rivolgendosi a Liliana – Io ne  vorrei uno ma mia madre dice che i cani sono peggio dei bimbi e che lei non avrebbe tempoper prendersi cura anche di un animale. Sa, lavora e poi deve anche occuparsi di me > aggiunse  tutto d’un fiato e con voce fioca come a voler giustificare la madre.
Liliana si avvicinò e sedendosi accanto alla bimba rispose: <Anch’io da piccola desideravo un cane e, non ci crederai, anche a me diedero le stesse spiegazioni… in realtà è proprio così. I cani sono come i bambini. Richiedono le stesse cure e le medesime attenzioni di un figlio>.
Le sorrise carezzandole lievemente i capelli e aiutandola a risistemarsi la ciocca ribelle. La bambina arrossì a quel gesto inaspettato e confidenziale e abbassò lo sguardo sulla punta delle sue scarpe.
<E voi avete figli?>. Chiese a bruciapelo riportando lo sguardo sulla donna.
Un attimo, solo un nano secondo e la gola le si strinse. Tentò di deglutire ma non riusciva a parlare. “Capacità sorprendente dei bambini di fare le domande più importanti con un candore e una schiettezza disarmante!” Scosse la testa in segno di diniego. Inspirò profondamente e finalmente riuscì a proferire: <Mi sarebbe piaciuto poterne avere uno ma qualcuno ha deciso diversamente per me>. “E forse anche per questo che il dialogo con mio marito si è estinto”… Continuò dentro di sé il pensiero.
<Io sono figlia unica. Sa, mio padre è andato via un po’ di tempo fa, io ero ancora piccola…così>  e nel parlare sollevò la mano a trenta centimetri da terra… < non lo ricordo, ma mamma dice sempre che era un uomo bellissimo e molto buono e che mi voleva molto bene. Io guardo sempre le sue foto ma solo di nascosto di mamma perché altrimenti lei diventa triste >.
E dove è andato?-chiese Liliana.
Le parole della bambina avevano ravvivato la sua attenzione.
Lì! – indicò con l’indice della mano destra l’orizzonte mentre, senza che la donna e la bambina se ne fossero accorte, una figura era comparsa vicino a loro.
Una donna, con gli stessi occhi e gli identici capelli della bimba, figura minuta e sguardo triste, che dopo aver salutato Liliana, con tono severo e fermo si rivolse alla figlia.
<Jessy quante volte ti ho detto che non devi venire da sola sulla spiaggia? Lo sai che può essere pericoloso! Le chiedo scusa– continuò poi rivolgendosi a Liliana – non è per lei ma con quello che si sente di questi tempi!>
Liliana assentì ma non pronunciò parola. Non reputava giusto intromettersi in quel dialogo tra madre e figlia. La piccola, il volto imporporato da un leggero rossore, con voce flebile, sollevandosi da terra e puntando il suo sguardo sul volto della madre, rispose: <Lo so mamma non punirmi… ma facendo così penso che papà, sapendo che io sto qui ad aspettarlo, si deciderà a tornare a casa… lo sai quanto ci manca!> – Rimarcando la voce su quel “ci”.
Gli occhi della donna si riempirono di lacrime e, afferrando la testa della figlia se la strinse sull’addome. Poi con voce rotta da un emozione che non riusciva a contenere tentò di spiegare a Liliana:
<Mio marito era un appassionato velista è… scomparso tre anni fa, ingoiato dall’Oceano mentre tentava una traversata. Il suo corpo non è stato più ritrovato, per questo motivo, la speranza che possa tornare un giorno o l’altro non ci ha ancora abbandonato>.
Col palmo della mano si asciugò gli occhi quindi rivolgendosi alla figlia con tono dolce:< Su andiamo a casa è quasi ora di cena…buonasera e…le chiedo scusa …>. Sembrava non essere intenzionata a proseguire quel discorso, almeno non in quel momento. Liliana la osservò in silenzio mentre sussurrava un impacciato…<Capisco!… una buona serata a voi…>.
Madre e figlia si allontanarono mestamente mano nella mano. Liliana li seguì mentre rispondeva con un cenno della mano alla bimba che si era girata e ancor la salutava agitando la manina.
Il cane andò dietro a loro per un po’ poi, come ubbidendo a un muto richiamo, tornò accanto alla padrona e si acquattò vicino a lei che aveva riportato lo sguardo su quella immensa distesa di acqua.
“Il mare prende, il mare dà. Restituisce sempre quel che prende e la conferma a questo erano tutti i detriti che c’erano attorno a lei… Perché non aveva ancora restituito quel corpo?” Rabbrividì mentre un pensiero le attraversò la mente…”Gli squali… erano stati loro a dar sepoltura alla salma?”
Si alzò.
Scuotendosi i jeans, per liberarli dalla sabbia che si era attaccata, riprese il cammino verso casa. La tristezza che all’improvviso l’aveva assalita le aveva fatto perdere la gioia serena della passeggiata.
Il suo dolore, i suoi problemi, le sembrarono all’improvviso irrisori, davanti a quel dolore immenso che aveva percepito…
Non ci sono parole né ragionamenti che possano lenire il dolore provocato dall’ineluttabilità della morte.

Si sedes non is

La sera è l’ora che prediligo per andarmene in giro per le strade della città semideserta. Mi immergo nell’oscurità delle strade come un cane randagio. Annuso l’aria, sollevo le orecchie, i sensi all’erta a cogliere il minimo fruscio, il più piccolo movimento, che possa interrompere il piacere di queste mie solitarie passeggiate. E così che una non ben precisata sera [che poi mi chiedo: a che serve ricordare il giorno, l’ora di un evento?] , dicevo in una sera qualunque, di un giorno qualunque nel dirigermi verso l’unico pezzo di verde rimasto nel mio quartiere mi fermai interdetta alla vista di una sagoma inver molto strana. Tentai di avvicinarmici senza destar in essa alcun allarme, mantenendo la debita distanza. Mentre mi avvicinavo sempre più in ugual misura si accresceva la mia titubanza. Non eravamo in periodo carnecialesco eppure… eppure la figura che iniziavo ad individuare indossava abiti di una strana foggia. Più che parlar di abiti direi che sia più giusto parlar di tunica… Una tunica azzurra. Ampie maniche scendevano lungo il corpo e portava, legata ad una cintola, una strana borsa.Che avreste fatto voi al mio posto?
Io feci la cosa più ovvia, lasciai che la curiosità avesse il sopravvento sulla mia difidenza e mi avvicinai. Notai subito, nonostante la fioca luce, lo stato dimesso dell’abito ed il volto emaciato e scarno di chi mi stava di fronte. Difficile dire se fosse uomo o donna visto la lunga capigliatura che gli ricadeva morbidamente sulle esili spalle.Solo quando parlò la sua voce ferma e profonda mi consentì di dargli una identità maschile. Quello che lui proferì in realtà mi colpì profondamente.
<< E` da molto che girovago senza una meta e senza fissa dimora – esordì così improvvisamente mentre si accasciava sull’unica panchina di quel parco –  ma l`Acqua non può far a meno di tornare lì dove è nata. Lì dove c`è l`Alpha e l`Omega.Sono tornato in cerca di risposte e qualcosa ho trovato lì dove essa risiede. C`era il Quinto e dalle sue parole altre ne sono emerse…come foglie trascinate dal vento…Pagine di un libro scritto in chissà quale tempo >>…
Si zittì all’improvviso, così come all’improvviso aveva iniziato a parlare, lo sguardo diritto, fisso davanti a sé come in preda ad una visione che solo lui vedeva, indi riprese, e la voce  or si levò più decisa e ferma.
<< Prima che queste parole mi tornassero in mente io stavo seduto… Quanto tempo son rimasto così… in silenzio a tentar di ascoltare i 4 più 1! Ma nulla udivo… Nessun suono usciva dall`Aria che sembrava lontana…assente.
Nulla proveniva dalla Terra, sulla quale poggiavo le mie membra, a parte qualche timido sussulto…
Nulla dall`Acqua che pur mi aveva generato …
Nulla dal Fuoco che pur sentivo bruciarmi il cuore…
Nulla dall`Etere verso cui andava spesso il mio pensiero…
Ed il Sole… il Sole era così lontano ed io mi sentivo così piccolo al suo cospetto che non osavo nemmeno sollevar lo sguardo su di lui… Poi una voce, un piccolo richiamo… mi sollecita ad alzarmi…e lo vedo e… ricordo…ricordo le parole che in una lontana notte mentre ero intento ai miei studi emersero da una pagina scolorita dal tempo. Stavo tentando di decifrare un vecchio tomo ermetico quando mi imbattei in queste parole >>…
Ancor si fermò mentre corrugava la fronte forse nel tentativo di ricordare. Incosciamente mi lasciai scivolare sulla panchina accanto a lui. Il suo parlare, il suo modo di esprimersi, oltre che stupirmi iniziavano ad affabularmi. Dovevo avere un’aria da ebete ne son sicura, me ne resi conto quando realizzai che stavo con la bocca aperta e non riuscivo a pronunciar parola. Ma lui sembrava non accorgersi nemmeno della mia presenza anche se sono convinta che le nostre anime da qualche parte si fossero già incontrate. Forse così si sarà sentita Viviana quando incontrò Merlino alla Fontana di Barenton.Lo osservavo in silenzio…e lui ben presto riprese a parlare.
<< Colui che cerca la verità non si ferma all’apparenza delle cose e delle idee ma tenta l’accesso nel ventre della Terra. Lì dove più fitta è la notte e non si vedono nemmeno le ombre di chi vi entra. Avvolto da quella oscurità si agita, brancola, si dimena e si dispera nel tentativo di trovar l’uscita. Ma più si agita più il buio lo risucchia. Così come fa il mare agitato con un corpo che tenta di rimanere disperatamente a galla… Hai visto mai un uomo agitarsi in un mare in tempesta?>>.
La domanda, rivolta a me, mi colse di sorpresa, deglutii diverse volte prima di annuire visto che la voce non voleva uscire. Lui sembrò non avvedersene nemmeno.
“Ecco è così che l’anima si trova. Solo quando capisce che non riesce a trovare la soluzione si arresta immobile… ferma i pensieri… e decide di lasciarsi morire. A quel punto, diceva l’autore di quel tomo, avviene qualcosa di incredibile. Le ceneri di quello che era stato un essere tribolato e annientato dal dolore si rianimano… Una luce si sprigiona dalla polvere e rapida svetta verso l’alto tagliando l’Ombra…Ali maestose si aprono e l’uccello rinato torna a volare nel Sole… Si sedes non is… ricordati queste parole”… così dicendo si dissolse davanti ad i miei occhi. Mi ridestai come da un sogno e nell’abbassar lo sguardo sulla panchina dove prima sedeva quello strano individuo vi trovai una piuma coi colori dell’iride…
Ce l’ho qui, adesso, con me. La porto intrecciata nei miei capelli mentre dentro me continuo a ripetermi…
“Si sedes non is”…

Notte indiana 2006

 

pipeindiansLe fiamme del fuoco, al centro del grande campo indiano, si alzavano alte nel cielo. Lingue di fiamme e scintille e lapilli scoppiettavano conferendo un tono di allegria in quella fredda notte invernale.Seduti a cerchio il piccolo popolo dai volti rossi (il fuoco riscaldava veramente il sangue), le gambe incrociate, fumavano assorti passandosi di mano in mano il calumet. Grigia Nuvola è talmente perso nei suoi pensieri da dimenticarselo in bocca . Trasale percependo il contatto del suo braccio con quello del fratello che gli siede accanto.Allora, come tornando da un mondo che ai più non è dato conoscere, punta gli occhi sgranati in faccia al compagno che con la mano tesa attende il segno tangibile della pace. Sorride e gli porge il calumet accompagnandolo con queste parole:
– “La mia mente ha percorso le grandi valli dove risuonano le voci dei nostri padri. Voci che pochi odono e molti ignorano. Rincorrevo un capriolo che, impaurito tentava di nascondersi convinto che volessero fargli del male. Mi sono avvicinato a lui e senza nemmeno toccarlo gli ho fatto sentire tutto il mio amore. Pensavo che fosse sufficiente questo ma, ahimé, mi sbagliavo! Mi si rivoltò contro e non ci crederai..lo so… ma mi morse la mano. Ecco..guarda anche tu…”
Così dicendo fa vedere la mano dove delle gocce di sangue scorrono lungo il palmo.Istintivamente il compagno si ritrae guardando sbigottito l’arto…347ywwl
– “Questa è la prova che quel che dico è vero” – continuò con voce pacata l’anziano Sioux stringendosi ancor meglio il mantello della pelle d’orso intorno al corpo che aveva iniziato a sussultare. Il compagno non riusciva a proferir parola. Non un grido ruppe il silenzio del campo mentre si alzava e senza nulla proferire si avvicinava al vecchio. Solo quando fu all’altezza del suo orecchio gli bisbigliò:
– “Lo so…ero lì con te… guarda” – e sorrise scoprendo i denti dove sul biancore dello smalto brillava una goccia rosso sangue…

Regalo di natale

il_sogno_di_un_rifugio_di_montagna_tutto_per_se_news_detail_1Finalmente ci siamo!

Uscirono così le parole, rimbombando nella stanza vuota. Sollevò la testa fermando le mani sopra la borsa da viaggio azzurra – ultimo acquisto fatto dopo aver per giorni girovagato per i negozi del centro – spaventata lei stessa dal suono prodotto dalla sua voce.
Si guardò attorno trattenendo per un attimo il respiro poi, come inseguendo una visione, volse lo sguardo verso la finestra.
Imbruniva e le flebili luci dei lampioni proiettavano, sull’asfalto bagnato, le immagini dei palazzi con le loro luci…
Sembrava di guardare il mondo capovolto. Chissà qual è la vera immagine reale. Quella che c’è sopra o quella…sotto?
Scosse la testa, non c’era tempo per riflessioni filosofiche , tornò decisa verso il grande armadio a muro. Aprì ancora qualche cassetto frugando in cerca di indumenti pesanti anche se aveva rifatto il suo guardaroba proprio per quella occasione. Tornò a guardare la borsa che giaceva già semipiena ai piedi del letto, per poi decidersi a chiudere anche l’armadio.
Compì gli ultimi gesti come un automa. All’improvviso non le importava più cosa avrebbe portato con sé. Una strana frenesia si impossessò di lei e dopo aver chiuso con energia la valigia volse i suoi passi verso il balcone. C’era da chiudere il rubinetto dell’acqua e l’erogatore del gas. Passando nel lungo corridoio lanciò un fugace sguardo nella camera dei figli. Pullover, camicie, jeans, scarpe, giacevano sparpagliati sulle sedie, sulla scrivania, per terra. Abbandonati in giro come se nella stanza ci fosse stata la visita dei ladri o qualche evento catastrofico che avesse costretto gli abitanti a darsi alla fuga a precipizio. Resistette all’impulso, inconscio, di entrare a sistemare. Scrollò le spalle, in fondo erano abbastanza grandi da prendersi cura delle loro cose. Così come lo erano stati quando avevano deciso di partire per conto proprio per la settimana bianca con gli amici.
Raddrizzò le spalle e con passi decisi si diresse per portare a termine le ultime incombenze. Un ultimo sguardo nello specchio del bagno le proiettò l’immagine di una donna ancora bella ed in piena forma nonostante gli anni, i figli ed i primi capelli bianchi che il suo abile parrucchiere riusciva a coprire con dei bellissimi contrasti giocati sui toni del biondo …
Inarcò il sopracciglio sinistro mentre un leggero sorriso le increspava gli angoli della bocca ancora seducente e carnosa. Poi afferrata la borsa da viaggio prese al volo il cappotto e la sciarpa e senza dar un ultimo sguardo alla casa chiuse decisa la porta alle sue spalle.
Non ebbe problemi ad uscire dal parcheggio, Giovanni il portiere vedendo la macchina uscire dai garage le aprì immediatamente il cancello.
Devo ricordarmi di fare un regalo anche a lui…magari al mio ritorno gli porterò un souvenir. Alzò l’esile mano e sorrise al portiere che dentro la guardiola la guardava con un ‘espressione che sembrava triste. Tentò di leggere il labiale : Faccia buon viaggio! Chinò la testa in cenno affermativo e con decisione ingranò la marcia. Slittarono leggermente le ruote sull’asfalto bagnato. Sorrise, un sorriso di bimba che ha appena compiuto una marachella, soddisfatta lei stessa per la sua spavalderia. Prese la via.
L’attendeva un lungo tragitto e, contrariamente a quelle che erano sempre state le sue abitudini non riusciva a spiegarsi come mai avesse deciso di partire al tramonto.
Quante volte aveva discusso con lui che si ostinava a viaggiare di notte motivando la sua decisione col fatto che la notte le strade sono deserte e si cammina più velocemente.
Ma adesso lui non c’era, al telefono le aveva detto “Vai, se hai deciso di andare ma non aspettarti che ti seguirò”.
Aveva chiuso lo sportelletto del cellulare con una rabbia tale che stava per staccarsi. La sfida che aveva sentito nelle sue parole l’aveva imbestialita.
Osava dubitare della sua capacità di agire? Come se fosse una bimbetta che aveva ancora bisogno della balia. Pigiò sull’acceleratore mentre le nocche sbiancavano strette attorno al volante. Avrebbe dimostrato a lui ed ai figli che sapeva benissimo cavarsela da sola… Tale pensiero la proiettò immediatamente verso la meta del suo viaggio.
Quante e quante volte, da bambina prima e da adulta poi, aveva sognato una vacanza come quella che si accingeva a compiere.
Accese la radio e infilò il suo cd preferito. Le note del sassofono si diffusero nel piccolo abitacolo della sua Citroen C1 e la aiutarono a rallentare i pensieri.

Arrivò a notte inoltrata nel piccolo paese coperto di neve.
Il viaggio , fortunatamente, si era rivelato senza imprevisti.

Fermò la macchina al centro della piazzetta dove troneggiava un grandissimo abete pieno di luci e di neve…e dopo aver riindossato cappotto, sciarpa e guanti scese e si diresse verso l’unico albergo del posto che si trovava di fronte alla chiesa. In quel momento l’orologio del campanile batteva due rintocchi. Si sgranchì le gambe prima di suonare e rimase in attesa del portiere che giunse di lì a poco. Compassato ma non tanto da non lasciar intravedere il suo stupore per quel arrivo nel cuore della notte.

– Buona sera – salutò cortese mentre allungava il collo per vedere se per caso era in compagnia. Lei avanzò decisa verso la reception e chiese una camera per la notte.
Accertatosi che era veramente sola il portiere richiuse l’uscio e si apprestò a compiere le solite formalità dopo averle detto che era fortunata in quanto una stanza c’era ancora, ma solo per quella notte.
– Sa, gli ospiti che hanno prenotato inizieranno ad arrivare soltanto verso l’ora di pranzo . – Un debole sorriso a mo’ di assenso mentre rispondeva:

– Ho preso in affitto un cottage, su in montagna, ma non me la sento di arrivare su a quest’ora.
– Direi che è una saggia decisione – acconsentì il portiere di notte. – La strada è ghiacciata oltre che piena di curve e tornanti.
Espletate le formalità le consegnò le chiavi della camera:
– 48, terzo piano e…buon riposo.
Annuì mentre si dirigeva verso l’ascensore che si richiuse alle sue spalle dopo aver pigiato sull’apposito bottone.
La camera pulita, arredata in stile “arte povera”, era abbastanza calda. Si liberò del cappotto, dei guanti e degli stivali e si buttò sul letto. Il sonno la colse subito e si addormentò così… con i vestiti indosso.La luce del sole che penetrava attraverso gli spiragli della persiana la destarono da quel sonno. Aprì gli occhi per poi repentinamente richiuderli in preda ad un senso di disorientamento. Quello di chi è poco avvezzo a viaggiare e fatica a capire dove si trova.
Poi realizzò.
I ricordi degli ultimi giorni le si pararono davanti, impietosi. Un leggero fremito delle labbra che lei stessa bloccò dirigendosi verso il bagno. Una buona doccia, ecco cosa mi ci vuole. Sorrise all’immagine che le rimandava indietro il piccolo specchio di quel piccolo bagno d’albergo. Poi il ricordo del cottage le fece accelerare le azioni. Scese nella hall dove c’era ancora il portiere del turno di notte che nel vederla le sorrise.
– Buona giornata, Signora! La colazione è a buffet ed è già pronta – annuì avviandosi verso una piccola stanza, anch’essa arredata con lo stesso stile della camera da letto. L’odore del caffè e del latte stuzzicò il suo stomaco ricordandole che la sera prima non aveva cenato.
Finita la colazione e saldato il conto uscì all’aperto. La giornata si presentava magnifica. I primi raggi del sole rischiaravano già la piazzetta dove aveva parcheggiato. Salì e mise in moto. La macchina stentava a partire per colpa del freddo della notte. Sterzò dolcemente e puntò decisa il muso dell’auto verso la strada che l’avrebbe portata nella sua oasi silenziosa.
Procedeva a guida sostenuta sia per la strada, il cui ghiaccio iniziava a sciogliersi, sia perché affascinata dallo spettacolo che vedeva.
Meno male che aveva messo i pneumatici da neve. A dire il vero ci aveva pensato Luca, il primogenito. Forse in un momento di “rimorso”.
Le aveva chiesto le chiavi della macchina spiegandole che gli servivano proprio per portarla dal gommista a farle sistemare le ruote visto che andava sulla neve.
I rami degli alberi appesantiti dalla neve sembravano inchinarsi al suo passaggio. Più procedeva lungo la salita più lo spettacolo di quella bianca natura la estasiava. La vide in lontananza quella piccola casetta costruita interamente in legno, in puro stile tirolese. Il cuore sobbalzò in petto. Finalmente il suo sogno di fanciulla era lì davanti a lei. Quante volte, nei grigi e lunghi inverni cittadini aveva sognato di trovarsi in un posto come quello!
Ed ora finalmente aveva smesso di essere sogno ed era divenuto realtà…
Il suo sogno… la sua realtà.
Accelerò quel tanto per accorciare la distanza e si fermò.Non seppe dire, in seguito, se tra lo spegnersi del motore e l’aprirsi dell’uscio ci fosse stato o meno un lasso di tempo o tutto fosse avvenuto contemporaneamente. L’unica cosa certa era che lì, davanti alla porta c’erano loro…