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Archive for febbraio 2009

Ultimo monologo di un diverso

Guardarsi allo specchio e provare quella sensazione strana di trovarti davanti ad uno sconosciuto.

Che schifo quel corpo asciutto e piatto. E quel coso lì che penzola deturpando ancor più l’aspetto. Io non sono quello! No… lo vedo con gli occhi miei interiori.

Gli attributi non sono al posto giusto. Qui c’è stato un errore nella lavorazione. Qualcuno distratto nella catena di montaggio ha messo fuori quel che andava  custodito gelosamente all’interno. Dovevano essere ovaie e invece mi ritrovo con dei testicoli e quello che  doveva essere il mio utero è diventato un inutile appendice. Dove sono le mie labbra? Dove le mammelle che pur sento di avere?

Nessuno dei suoi cari si è accorto di nulla anche se la postura… il modo di camminare… quello di gesticolare non sono tipici di una identità maschile. Le lezioni di danza classica, iniziate da bambino, hanno giustificato agli occhi dei suoi cari il suo portamento. E’ stata la mamma a insistere per fargli fare danza e lui da bravo e tenero figlio aveva ubbidito senza porre obiezione alcuna.

La mamma… profumo di fiori freschi. Usa sempre profumi dolci che sanno di buono.

Quante volte scherzando con lei se li spruzzava addosso e poi a scuola i compagni lo sfottevano “femminuccia” lo chiamavano e lui per difendersi diceva: “E’ il profumo della mamma, lei mi abbraccia e mi rimane addosso”. Non capiva ancora cosa stesse succedendo ma vedeva i sorrisetti di scherno e le gomitate che i compagni non sempre si davano di nascosto.

Quando si è piccoli ci si sofferma poco su questi particolari. Ci sono tante altre cose a cui pensare. Ad esempio cercare di inventarsi una scusa per giocare con le bambole della sorellina al posto di quelle orrende pistole che gli propinavano ad ogni festa o ricorrenza. Ma bisognava farlo di nascosto di papà. Quando lui non era in casa. Lui, uomo tutto d’un pezzo, orgoglioso della sua virilità. Quante volte l’ha sentito vantarsi delle sue giovanili imprese amorose! Mentre la mamma nasconde il suo imbarazzo dietro impacciati sorrisi…

Chissà che pensa di tutta sta faccenda. Povera mamma, se solo sapesse! Come vorrei poggiare la mia testa sopra il suo petto e raccontare a lei il mio tormento! Sono sicuro che lei comprenderebbe se… se non avesse paura di mio padre. Lui così fiero di avere un figlio maschio che gli garantirà la discendenza.Come prenderebbe la notizia di aver un figlio maschio a… metà?

NO… non lo saprà. O, almeno, non sarò io a dire a lui questa verità.

Ancor ieri a scuola li ho visti i sorrisetti dei compagni e delle compagne. Ho udito i loro commenti, le loro salaci battute al mio indirizzo lanciate. Non so tra le due parti chi mi ferisce maggiormente. E devo andare avanti.

Lo so che dovrei andare avanti ma non ce la faccio a sostenere questa situazione. Troppo il peso di questa mia esistenza. Di questo contenente che non riflette il contenuto.

Dicono che non sono normale e che dovrei vergognarmi di essere così.

Io sono gay ma non lo posso dire. Non alla società “civile”. A quella società che va ogni domenica a messa e che si confessa salvo poi a compiere atti ignominiosi fuori. C’è chi va a messa e fuori mente e ruba. Chi si batte il petto in un ipocrita mea culpa e poi di nascosto abusa dei bambini. Chi addita col dito il diverso salvo poi  usarlo per i suoi immondi desideri clandestini. Eppure si professano credenti e praticanti! Ma praticanti di cosa? Non c’è coerenza nel loro comportamento ma nessuno li addita a dito. Mentre io che amo il sole e le stelle. Che mi incanto alla vista dei fiori e del mare. Che mi commuovo davanti a un tramonto e piango ascoltando una canzone… Io no… io debbo reprimere la mia vera natura, nascondermi come un ladro o un malfattore perché io non ho nemmeno il diritto d’ esistere …

La bara bianca, coperta di fiori, troneggia al centro del cimitero [non si celebra in chiesa il funerale di un suicida] colmo di persone. Ci stanno tutti: il padre che d’improvviso ha perso la sua spavalderia, i compagni che si guardano increduli, sul volto una domanda che non avrà risposta. I curiosi, la gente come lui e quella bigotta.

Il prete pronuncia la sua omelia cercando di spiegare ai presenti l’importanza della vita e la vigliaccheria di chi decide di morire.

Sono tutti lì ad ascoltare ma c’è tra loro qualcuno che per una volta almeno avrà il coraggio di dire che lui è morto per colpa di questa cosiddetta società “civile”?

Un ultimo saluto, una lieve e invisibile carezza sulla guancia della madre che silente e sola, chiusa nel suo dolore, fissa la bara bianca.

“Arrivederci, mamma!”.

P.S.// Per  Matteo morto suicida a 16 anni perché non sopportava più di essere chiamato “gay” vola questo mio piccolo aquilone…(Forse Matteo non era gay… ma non è la sua storia che ho voluto raccontare, quanto la necessità, mia personale di capire cosa si provi nello scoprire di essere “diverso”…)

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Dream?

La spiaggia in settembre ha perso parte dei colori smaglianti dell’estate. C’è una predominanza di grigi sfumati nei colori del mare e del cielo. La sabbia, nelle prime ore mattutine, è umida…colpa della brezza marina…

Un ‘ immagine si delinea all’orizzonte. Il corpo avvolto in un rosso pareo di seta i cui lembi, così come  i lunghi capelli, vengono smossi dalla brezza  che soffia dal mare e come una leggera carezza le sfiora la pelle facendola rabbrividire leggermente .

Cammina rasente la battigia mentre piccoli schizzi d’acqua , infrangendosi sulla riva, ne carezzano il corpo…bagnano il leggero  ed impalpabile pareo che or aderisce alle di lei gambe mettendo maggiormente in risalto le morbide linee.

In alto nel cielo qualche gabbiano, anch’egli mattiniero, volteggia sull’acqua in cerca di cibo per la  prima colazione.

Un lento gesto della mano a trattener i capelli sulla nuca…lo sguardo perso in lontananza…dritto davanti a sé.

Null’altro intorno…almeno così sembra fino a che…si ferma…

Osserva incuriosita, fessurizza lo sguardo…diviene attenta.

Si raddrizza sulla schiena  in difesa.

Non una parola …né un fremito.

Come ostrica dischiude le labbra…trattiene il respiro…immobile guarda l’ombra avanzare. Vaga…indistinta…ancor distante…

Lei si sforza di trattener i battiti del cuore controllandone il respiro.

Attimi che sembrano eterni prima che i contorni prendano forma.

Gli occhi sbarrati osservano la sagoma  farsi più vicina, acquista contorni ben precisi … nitidi. Una fragranza di spezie orientali , sensuale e vibrante, le arriva  alle narici stordendola…

Giunto alla sua altezza, i loro visi vicini, così vicini da sentir l’alitar del respiro affannoso , quello di lui…dolce e pacato il suo, le si pone davanti  osservandola fissamente.

Lo sguardo scuro ,profondo, conturbante  la fa sentire  ancor più nuda  mentre con voce suadente , le labbra distese in un ampio ed avvolgente sorriso le sussurra :

<Sei tu! – quindi soggiunge  con voce roca- Tiavrei riconosciuta tra mille…>.

Driiinnn…..driiinnnn…il suono fastidioso della sveglia…

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bimba-seduta-in-riva-al-mareChe ci farà mai una bimba tutta sola qui, sulla spiaggia, a quest’ora? – Si chiese perplessa Liliana mentre in quel tardo pomeriggio di un tempo primaverile percorreva, in compagnia del suo cane, la battigia. La tempesta della notte che aveva fatto ingrossare il mare era scomparsa all’improvviso, come all’improvviso era arrivata, lasciando nella risacca detriti sparsi un po’ ovunque. Qualche scarpa che aveva conosciuto tempi migliori, bottiglie di plastica annerite dal catrame scaricato dalle petroliere, vecchi tronchi sradicati chissà dove. C’era di tutto, sembrava di trovarsi a Portobello Road, sorrise all’associazione che inconsciamente le era venuta in mente.
Sarebbe più giusto dire al mercatino delle pulci rionale” bisbigliò piano guardando con profonda tristezza la spiaggia simile a una discarica . La mente procedeva per associazione di idee e davanti agli occhi le tornarono le immagini di quella stessa spiaggia tanti anni fa. Era nata e cresciuta in quel posto e pur vivendo ormai lontana da lì vi ritornava sovente nei fine settimana. Si chiudeva alle spalle la porta dell’appartamento in città e percorreva chilometri di autostrada mentre assaporava già il sapore della salsedine.
Lei e il mare, binomio inscindibile, unione forte e solida.
Più del mio matrimonio” . Continuava a rispondere ai suoi pensieri in quel dialogo muto fatto di ricordi.
Lo amava di un sentimento forte e viscerale.
Si sentiva tutt’uno con esso.
Respirò profondamente mentre le si gonfiava il petto e l’odore salmastro le penetrava nei polmoni. Riportò lo sguardo sulla piccola figura che si era alzata e aveva iniziato a lanciare delle pietre sulla superficie acquea. Sorrise a quella vista. Pur nell’epoca dell’elettronica, del computerizzato, delle PS e dei videogame i bambini continuavano a divertirsi con quel gioco. Si avvicinò con calma mentre si chinava e con l’occhio esperto individuava una pietra piatta e ovale…la fece saltellare sulla mano per saggiarne la pesantezza quindi flettendo di quarantacinque gradi il busto verso destra portò il braccio all’indietro per spingerlo poi con forza in avanti. La pietra scalfì la superficie “1…2…3”… iniziò a contare i rimbalzi che il sasso faceva a fior d’acqua. Il cane sorpreso da quel gesto tentò di lanciarsi in acqua ad afferrare il sasso ma l’arrivo di una leggere onda lo fece retrocedere dal suo intento. Anche la bimba scorgendola si fermò e, nel seguire il movimento della pietra, con voce dolce e bassa disse: < Siete proprio brava! Io riesco appena a fare solamente cinque “gradini”… non di più>. Stettero lì, donna e bambina, a seguire i movimenti del sasso che al tredicesimo rimbalzo andò  a cercare il fondale.
– Beh… anch’io alla tua età riuscivo a farne solo 4… o 5…- le rispose quindi sorridendole, mentre il cane, che fattosi coraggio aveva iniziato ad andare  avanti e indietro rincorrendo le onde, si era avvicinato e si asciugava il muso sulla gamba destra della bimba la quale, istintivamente,  sollevò la mano carezzandolo sulla testa, dimostrando così di non avere nessuna paura per un animale estraneo. “Questa è la bellezza dell’infanzia, essere aperti a tutto ed a tutti”… Sorrise al suo pensiero mentre osservava con curiosità la piccola.
Quanti anni aveva, sei…sette? Era minuta e indossava dei jeans larghi e lunghi che  coprivano un paio di scarpe da basket bianche e rosa, un leggero k-wei azzurro aperto sul davanti lasciava intravedere una felpa rosa come le scarpe con una scritta, in inglese probabilmente. Tentò di capire cosa diceva ma vi rinunciò contentandosi solo di due lettere… Y…K…troppo poco per capire cosa c’era scritto. Questa era un’altra delle sue manie.
Non riusciva a rimanere insensibile davanti a nessuna scritta. Fosse questa l’insegna del bar o della pubblicità sui cartelloni. Adorava le parole, o meglio la parola. Quel segno grafico che unito ad altri dava un senso alle cose ed ai pensieri. Tornò a guardare il mare e lo sguardo si perse in lontananza su una barca a vela che dolcemente segnava il confine tra l’ aria e l’acqua…
La piccola aveva iniziato a giocare con il cane che, contento per aver trovato qualcuno che gli prestava attenzione, correva avanti e indietro quasi ad invitar la bimba a cimentarsi in una gara di corsa.
In quel linguaggio muto fatto solo di istinti naturali si era stabilita tra i due una sorta di complicità. La piccola rispondendo alle sollecitazioni dell’animale iniziò a correre, i lunghi e soffici capelli ondulati scomposti dalla leggera brezza che spirava dal mare le finivano sugli occhi ma lei sembrava non avvedersene mentre ormai aveva iniziato ad avere il fiatone… Li osservò per un po’ quindi tornò a perdersi dietro i suoi pensieri.
Il cruccio più grande era dovuto a quel senso di vuoto che sentiva dentro e di cui non riusciva a individuarne l’origine… la ragione… “Se solo ci fosse qualcuno vicino a me ad aiutarmi a capire!”
La bambina stanca di quella corsa fuori programma si gettò di botto sulla sabbia vicino a lei. Rideva e implorava il cane:
< Basta..basta… non ce la faccio più>.
Scossa dalle risate Liliana richiamò presso di sé l’animale che ubbidiente si accucciò ai piedi della padrona probabilmente stanco anche lui. La piccola intanto si era messa seduta e tentava di risistemarsi i capelli liberando i grandi occhi color nocciola tra le cui ciglia era rimasta intrappolata qualche ciocca…
<Non sapevo che fosse così bello avere un cane! – disse rivolgendosi a Liliana – Io ne  vorrei uno ma mia madre dice che i cani sono peggio dei bimbi e che lei non avrebbe tempoper prendersi cura anche di un animale. Sa, lavora e poi deve anche occuparsi di me > aggiunse  tutto d’un fiato e con voce fioca come a voler giustificare la madre.
Liliana si avvicinò e sedendosi accanto alla bimba rispose: <Anch’io da piccola desideravo un cane e, non ci crederai, anche a me diedero le stesse spiegazioni… in realtà è proprio così. I cani sono come i bambini. Richiedono le stesse cure e le medesime attenzioni di un figlio>.
Le sorrise carezzandole lievemente i capelli e aiutandola a risistemarsi la ciocca ribelle. La bambina arrossì a quel gesto inaspettato e confidenziale e abbassò lo sguardo sulla punta delle sue scarpe.
<E voi avete figli?>. Chiese a bruciapelo riportando lo sguardo sulla donna.
Un attimo, solo un nano secondo e la gola le si strinse. Tentò di deglutire ma non riusciva a parlare. “Capacità sorprendente dei bambini di fare le domande più importanti con un candore e una schiettezza disarmante!” Scosse la testa in segno di diniego. Inspirò profondamente e finalmente riuscì a proferire: <Mi sarebbe piaciuto poterne avere uno ma qualcuno ha deciso diversamente per me>. “E forse anche per questo che il dialogo con mio marito si è estinto”… Continuò dentro di sé il pensiero.
<Io sono figlia unica. Sa, mio padre è andato via un po’ di tempo fa, io ero ancora piccola…così>  e nel parlare sollevò la mano a trenta centimetri da terra… < non lo ricordo, ma mamma dice sempre che era un uomo bellissimo e molto buono e che mi voleva molto bene. Io guardo sempre le sue foto ma solo di nascosto di mamma perché altrimenti lei diventa triste >.
E dove è andato?-chiese Liliana.
Le parole della bambina avevano ravvivato la sua attenzione.
Lì! – indicò con l’indice della mano destra l’orizzonte mentre, senza che la donna e la bambina se ne fossero accorte, una figura era comparsa vicino a loro.
Una donna, con gli stessi occhi e gli identici capelli della bimba, figura minuta e sguardo triste, che dopo aver salutato Liliana, con tono severo e fermo si rivolse alla figlia.
<Jessy quante volte ti ho detto che non devi venire da sola sulla spiaggia? Lo sai che può essere pericoloso! Le chiedo scusa– continuò poi rivolgendosi a Liliana – non è per lei ma con quello che si sente di questi tempi!>
Liliana assentì ma non pronunciò parola. Non reputava giusto intromettersi in quel dialogo tra madre e figlia. La piccola, il volto imporporato da un leggero rossore, con voce flebile, sollevandosi da terra e puntando il suo sguardo sul volto della madre, rispose: <Lo so mamma non punirmi… ma facendo così penso che papà, sapendo che io sto qui ad aspettarlo, si deciderà a tornare a casa… lo sai quanto ci manca!> – Rimarcando la voce su quel “ci”.
Gli occhi della donna si riempirono di lacrime e, afferrando la testa della figlia se la strinse sull’addome. Poi con voce rotta da un emozione che non riusciva a contenere tentò di spiegare a Liliana:
<Mio marito era un appassionato velista è… scomparso tre anni fa, ingoiato dall’Oceano mentre tentava una traversata. Il suo corpo non è stato più ritrovato, per questo motivo, la speranza che possa tornare un giorno o l’altro non ci ha ancora abbandonato>.
Col palmo della mano si asciugò gli occhi quindi rivolgendosi alla figlia con tono dolce:< Su andiamo a casa è quasi ora di cena…buonasera e…le chiedo scusa …>. Sembrava non essere intenzionata a proseguire quel discorso, almeno non in quel momento. Liliana la osservò in silenzio mentre sussurrava un impacciato…<Capisco!… una buona serata a voi…>.
Madre e figlia si allontanarono mestamente mano nella mano. Liliana li seguì mentre rispondeva con un cenno della mano alla bimba che si era girata e ancor la salutava agitando la manina.
Il cane andò dietro a loro per un po’ poi, come ubbidendo a un muto richiamo, tornò accanto alla padrona e si acquattò vicino a lei che aveva riportato lo sguardo su quella immensa distesa di acqua.
“Il mare prende, il mare dà. Restituisce sempre quel che prende e la conferma a questo erano tutti i detriti che c’erano attorno a lei… Perché non aveva ancora restituito quel corpo?” Rabbrividì mentre un pensiero le attraversò la mente…”Gli squali… erano stati loro a dar sepoltura alla salma?”
Si alzò.
Scuotendosi i jeans, per liberarli dalla sabbia che si era attaccata, riprese il cammino verso casa. La tristezza che all’improvviso l’aveva assalita le aveva fatto perdere la gioia serena della passeggiata.
Il suo dolore, i suoi problemi, le sembrarono all’improvviso irrisori, davanti a quel dolore immenso che aveva percepito…
Non ci sono parole né ragionamenti che possano lenire il dolore provocato dall’ineluttabilità della morte.

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Si sedes non is

La sera è l’ora che prediligo per andarmene in giro per le strade della città semideserta. Mi immergo nell’oscurità delle strade come un cane randagio. Annuso l’aria, sollevo le orecchie, i sensi all’erta a cogliere il minimo fruscio, il più piccolo movimento, che possa interrompere il piacere di queste mie solitarie passeggiate. E così che una non ben precisata sera [che poi mi chiedo: a che serve ricordare il giorno, l’ora di un evento?] , dicevo in una sera qualunque, di un giorno qualunque nel dirigermi verso l’unico pezzo di verde rimasto nel mio quartiere mi fermai interdetta alla vista di una sagoma inver molto strana. Tentai di avvicinarmici senza destar in essa alcun allarme, mantenendo la debita distanza. Mentre mi avvicinavo sempre più in ugual misura si accresceva la mia titubanza. Non eravamo in periodo carnecialesco eppure… eppure la figura che iniziavo ad individuare indossava abiti di una strana foggia. Più che parlar di abiti direi che sia più giusto parlar di tunica… Una tunica azzurra. Ampie maniche scendevano lungo il corpo e portava, legata ad una cintola, una strana borsa.Che avreste fatto voi al mio posto?
Io feci la cosa più ovvia, lasciai che la curiosità avesse il sopravvento sulla mia difidenza e mi avvicinai. Notai subito, nonostante la fioca luce, lo stato dimesso dell’abito ed il volto emaciato e scarno di chi mi stava di fronte. Difficile dire se fosse uomo o donna visto la lunga capigliatura che gli ricadeva morbidamente sulle esili spalle.Solo quando parlò la sua voce ferma e profonda mi consentì di dargli una identità maschile. Quello che lui proferì in realtà mi colpì profondamente.
<< E` da molto che girovago senza una meta e senza fissa dimora – esordì così improvvisamente mentre si accasciava sull’unica panchina di quel parco –  ma l`Acqua non può far a meno di tornare lì dove è nata. Lì dove c`è l`Alpha e l`Omega.Sono tornato in cerca di risposte e qualcosa ho trovato lì dove essa risiede. C`era il Quinto e dalle sue parole altre ne sono emerse…come foglie trascinate dal vento…Pagine di un libro scritto in chissà quale tempo >>…
Si zittì all’improvviso, così come all’improvviso aveva iniziato a parlare, lo sguardo diritto, fisso davanti a sé come in preda ad una visione che solo lui vedeva, indi riprese, e la voce  or si levò più decisa e ferma.
<< Prima che queste parole mi tornassero in mente io stavo seduto… Quanto tempo son rimasto così… in silenzio a tentar di ascoltare i 4 più 1! Ma nulla udivo… Nessun suono usciva dall`Aria che sembrava lontana…assente.
Nulla proveniva dalla Terra, sulla quale poggiavo le mie membra, a parte qualche timido sussulto…
Nulla dall`Acqua che pur mi aveva generato …
Nulla dal Fuoco che pur sentivo bruciarmi il cuore…
Nulla dall`Etere verso cui andava spesso il mio pensiero…
Ed il Sole… il Sole era così lontano ed io mi sentivo così piccolo al suo cospetto che non osavo nemmeno sollevar lo sguardo su di lui… Poi una voce, un piccolo richiamo… mi sollecita ad alzarmi…e lo vedo e… ricordo…ricordo le parole che in una lontana notte mentre ero intento ai miei studi emersero da una pagina scolorita dal tempo. Stavo tentando di decifrare un vecchio tomo ermetico quando mi imbattei in queste parole >>…
Ancor si fermò mentre corrugava la fronte forse nel tentativo di ricordare. Incosciamente mi lasciai scivolare sulla panchina accanto a lui. Il suo parlare, il suo modo di esprimersi, oltre che stupirmi iniziavano ad affabularmi. Dovevo avere un’aria da ebete ne son sicura, me ne resi conto quando realizzai che stavo con la bocca aperta e non riuscivo a pronunciar parola. Ma lui sembrava non accorgersi nemmeno della mia presenza anche se sono convinta che le nostre anime da qualche parte si fossero già incontrate. Forse così si sarà sentita Viviana quando incontrò Merlino alla Fontana di Barenton.Lo osservavo in silenzio…e lui ben presto riprese a parlare.
<< Colui che cerca la verità non si ferma all’apparenza delle cose e delle idee ma tenta l’accesso nel ventre della Terra. Lì dove più fitta è la notte e non si vedono nemmeno le ombre di chi vi entra. Avvolto da quella oscurità si agita, brancola, si dimena e si dispera nel tentativo di trovar l’uscita. Ma più si agita più il buio lo risucchia. Così come fa il mare agitato con un corpo che tenta di rimanere disperatamente a galla… Hai visto mai un uomo agitarsi in un mare in tempesta?>>.
La domanda, rivolta a me, mi colse di sorpresa, deglutii diverse volte prima di annuire visto che la voce non voleva uscire. Lui sembrò non avvedersene nemmeno.
“Ecco è così che l’anima si trova. Solo quando capisce che non riesce a trovare la soluzione si arresta immobile… ferma i pensieri… e decide di lasciarsi morire. A quel punto, diceva l’autore di quel tomo, avviene qualcosa di incredibile. Le ceneri di quello che era stato un essere tribolato e annientato dal dolore si rianimano… Una luce si sprigiona dalla polvere e rapida svetta verso l’alto tagliando l’Ombra…Ali maestose si aprono e l’uccello rinato torna a volare nel Sole… Si sedes non is… ricordati queste parole”… così dicendo si dissolse davanti ad i miei occhi. Mi ridestai come da un sogno e nell’abbassar lo sguardo sulla panchina dove prima sedeva quello strano individuo vi trovai una piuma coi colori dell’iride…
Ce l’ho qui, adesso, con me. La porto intrecciata nei miei capelli mentre dentro me continuo a ripetermi…
“Si sedes non is”…

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