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Chi di voi conosce quella sensazione, fuori dai sensi, di svegliarsi una mattina e ritrovarsi a guardare il proprio corpo in due punti diversi e simmetrici contemporaneamente?
E’ quello che è successo alla protagonista della storia che mi accingo a raccontare. Ma, procediamo con ordine, giusto per rendere più facile spiegare tutto quello che avvenne dopo.
Non era grande Elisa. Nemmeno piccola. Nel mondo in cui viveva il tempo era cronometrato al secondo e non c’erano problemi che qualcuno si sbagliasse nell’annotarne l’avanzare. L’unica cosa certa era la discrepanza tra ciò che vedeva nello specchio e quello che sentiva dentro. Cosa del tutto irrilevante del resto, che allo Stato non gli interessava per niente e continuava imperterrito a segnarne l’ascesa o, forse è più giusto dire, la discesa, e così la sua vita era regolata solo da due norme: Dovere e Potere. Ambedue dettate dallo Stato che vegliava, padre vigile e normativo, sulla sua persona, e lei, da brava cittadina, non si sognava minimamente di trasgredirle. Così viveva,arrabbattandosi alla meno peggio, per racimolare il necessario alla sua sopravvivenza. In uno Stato di quel genere era l’unica cosa che si poteva fare. Tutto era perfettamente pulito ed ordinato. C’era  una cura maniacale per l’ordine e la pulizia e lei si ripeteva ogni giorno che si, in fondo, non c’era un posto migliore di quello dove poter abitare. I pomodori maturavano solo in estate mentre in inverno si viveva con le scorte, perfettamente sterilizzate ed a lunga conservazione (Questo della lunga conservazione era, ad esempio, un’ottima cosa. In caso di disastri o di guerre, fomentate dai paesi vicini, la popolazione aveva sempre di che nutrirsi e comunque voleva dire vivere in sintonia con la natura nel pieno rispetto del suo ritmo stagionale). I bambini avevano spazi verdi in cui giocare e non c’era pericolo che venissero molestati da sconosciuti né tanto meno da amici e parenti. Le scuole funzionavano come un meccanismo ad orologeria e garantivano a tutti la medesima formazione educativo-culturale. Le donne venivano trattate con rispetto, tutti si attenevano al dettato legislativo il quale affermava che:
“Le donne non si colpiscono nemmeno con un fiore”.
Sapevano che la donna racchiudeva nel grembo il segreto della Grande Madre ed era  figlia della Luna, per questo motivo era tenuta in grande considerazione.
A questo punto sono sicura che il mio lettore starà commentando che questo mondo era davvero una pacchia. Lo era… o forse no… Questo è il quid… Questo è il pensiero che aveva avuto la protagonista fino alla sera prima di quel fatidico giorno di cui dicevo prima.

Chissà perché è solo la sera, in quei minuti che precedono l’abbraccio morfeale, che ci si ritrova a far i conti con altri pensieri, altre realtà. Pensieri che nel 90% dei casi sono sempre scomodi, ingombranti, pesanti.
E così Elisa prende coscienza che quel mondo se l’era immaginato. Frutto solo del suo idealismo stantio. Idealismo finito in qualche discarica abusiva e per tale motivo  mai divenuto realtà.
Eppure non si rassegna. Accettare questa verità è come rinnegare la sua persona. Non è tipo da subire passivamente abusi e sorprusi. Ed è convintissima che lei vive proprio in quella maniera e che gli uomini siano come lei pensa. E’ talmente fiduciosa nella sincerità di chi le sta attorno che se le dicessero che gli asini volano, ebbene, sì, lei ci crederebbe.
Si gira e si rigira nel letto mentre la mente le proietta su un maxi schermo immagini di violenza, di devastazione, di morte, di sangue, di fango…
Sangue… Fango.
Cade giù come pioggia:  sui tetti,  sui muri, lava le strade. Ristagna negli acquitrini o si riversa nei fiumi e ricolora  il mare…
Sangue… Fango:  biologico…  verbale.
Non sa cosa le fa più raccapriccio. Se quelle bocche che sputano fango o le ferite dei morti che non si cicatrizzano.
E’ ancora presto per prendere sonno. Una sottile e indecifrabile smania la pervade. Da qualche parte una voce le bisbiglia che deve fare qualcosa. Che c’è molto lavoro da fare e che solo gli inetti , gli indolenti, dicono che le cose sono così e devono continuare ad andare così. Le bisbiglia la voce che quelle immagini non sono proiezioni mentali ma la sola e vera realtà nella quale lei si trova a vivere ogni giorno.
Come sunnambola brancola nel buio della camera da letto poi si convince che non è quella l’ora adatta. Staranno tutti dormendo. Inutile chiamare, inutile cercare, è l’ora del riposo. Il break dalla giornata lavorativa li avrà fatti sprofondare tutti con la testa sul cuscino.
Ma lei deve sapere. Deve avere la certezza di quale sia la realtà.
Sfila la camicia da notte.
Jeans, pullover più largo di due misure, scarpe da trekking ai piedi, giubbotto di piume d’oca e sciarpa ed eccola in strada.
Le luci dei lampioni proiettano la loro ombra che si allunga sul marciapiede. Una macchina arriva, rallenta alla sua altezza, prosegue fermandosi al semaforo. Non ha mai capito l’utilità di un semaforo funzionante la notte. Magari capita che di giorno sia spento. Torna indietro, prende dal fondo della borsa le chiavi della macchina. (Ci avete mai fatto caso, e lo chiedo alle donne questo, che quando andate in giro con una borsa grande riuscite a trovare le cose solo dopo averla svuotata completamente?). Reputa buona l’idea di muoversi con l’autovettura piuttosto che a piedi. Non sa dove deve andare ma sa che deve. Si lascia guidare dall’istinto. In lontananza sente il suono delle sirene dell’autoambulanza. C’è sempre qualcuno che sta male la notte e si domanda se è un giovane o un vecchio. Decide di dirigersi verso il vicino ospedale…
… to be continued

Cimiteri il 2 Novembre

Sotto la bianca stele

solo un vocio sottile:

Di vento, di pianto, infantile.

 

Baluginio d’un lume

tra quelle antiche ciglia

col profumo di fiori nuovi…

[Angela Santoro – 29 Ottobre 2011]

Velate introspezioni , libro di Santoro Angela su laFeltrinelli.it (poesia).

Due piume

piuma– Ti ho detto di lasciarla stare. Falla riposare!
– Riposare? Ti sembra questo tempo di riposo?
– Certo. C’è un tempo per ogni cosa. L’ operaio ha diritto al suo salario ed anche al suo riposo, se vuol essere solerte e vigile al lavoro. Perfino Lui, lassù, dopo sei giorni di duro lavoro il settimo si è riposato.
– Il guaio è quello. Forse si è riposato troppo e così ecco il risultato!
– Tu non sei in te! e abbassa il tono altrimenti la svegli e, speriamo, che Lui fosse girato da qualche altra parte e non abbia udito ciò che hai appena detto.
– Sarei ben felice se ciò fosse accaduto, magari riuscirà a farmi capire cosa sta succedendo nel Mondo.
– Tu bestemmi e ti comporti da sciocco ed insensato. Hai dimenticato cosa successe a Giobbe?

Un dialogo serrato si svolge alle mie orecchie mentre sono da poco sprofondata nel sonno. O forse sono nella fase REM e quello che mi sembra di udire è solo frutto del sogno. Mi giro sul fianco, il movimento mi sveglia e resto così, con gli occhi semichiusi in attesa di ricadere nel meritato riposo.

– Hai visto? L’hai svegliata! Ti avevo detto di non parlare, ha faticato tanto ad addormentarsi per colpa tua e ora che ero riuscito ad acquietarla tu la risvegli?

E no… adesso sono ben sveglia e odo bene il sussurrare, mi siedo in mezzo al letto, allungo il braccio per accendere le luci dell’applique sopra la mia testa ma qualcosa mi ferma.
Una luce soffusa, di un tenue verde, filtra dalla porta socchiusa dello studio. Mi alzo cercando di non disturbare mio marito e mi dirigo verso la camera. Prima di entrare accendo la luce. Nessuno. Non c’è nessuno. Mi fermo, mentre giro lo sguardo nella stanza tento di concentrarmi sui suoni… Silenzio…
La fronte corrugata mi giro per tornare a letto mentre lo sguardo cade sulla tastiera del mio pc. Strano… davvero strano. Due piume a forma di pennino giacciono vicine, una accanto all’altra. Una è nera e l’altra di un bianco immacolato.
– Ci manca solo l’inchiostro – penso tra me mentre allungo la mano e le afferro. Sono soffici, di circa 30 cm di lunghezza. – La cosa è davvvero singolare. Non ci sono in casa oggetti del genere. Le porte sono chiuse e, soprattutto, non c’erano ieri sera quando ho spento il pc per andare a letto. Poi d’impulso mi dirigo verso la libreria, dove tengo i miei colori, ci sta dell’inchiostro di china blu e seppia. Prendo entrambe le bottigliette, torno alla scrivania e afferro il block notes che ho sempre a portata di mano. Non so perché prendo la decisione di intingerli ambedue contemporaneamente. Uno per ogni colore. Li tengo tutte e due tra le dita quando torno ad udire le voci:

– Ritornando a quello che dicevi prima. Lo so cosa è successo a Giobbe e so anche che quello che c’è scritto in quel libro non va interpretato ad litteram, come solo i miopi sanno fare. Ma il fatto è proprio questo. Che il mondo è pieno di miopi.
– Io credo che tu abbia passato troppo tempo fermo in questo piano. Sarebbe il caso che ti concedessi una vacanza di qualche… secolo… umano. Così magari ti toglierai quel nero dalle ali…

Adesso mi sembra di distinguere il tono di quelle voci misteriose. Una sembra dura e al contempo… triste. L’altra dolce e suadente, di chi ha pazienza da vendere.

– Forse non ti sbagli. C’è solo un piccolo particolare da non trascurare. Io non mi muoverò di qui fino a che nel mondo non verranno debellate tutte le miserie e le brutture.
– Come pensi di poterlo fare? Non sono serviti secoli e secoli di grandi Maestri ci vuoi riuscire tu?
– E’ vero. Ed io non ho l’altezzosità di solo pensare di poter riuscire in ciò. Ma nel mio piccolo, nelle mie umili possibilità, che non possiedo le doti degli arcangeli, cerco di svegliare la coscienza degli umani.
– Perché ti ostini a voler parlare una lingua che loro non vogliono capire? Prendi esempio da me… Ti faccio vedere…

Ora stringo tra le dita la piuma bianca mentre la nera con un impercettibile gesto della mano viene portata indietro.

Giunge la notte in compagnia della Luna
sussurra il cuore languide frasi d’amore.
Si riversa sulla terra l’argenteo chiarore
a illuminare le anime innamorate…

– E secondo te è questo il modo di far capire agli uomini i loro errori? Nutrirsi di sogni e ignorare i loro misfatti? Tu vaneggi. Farnetichi…

E’ davvero indignato il tono mentre la piuma bianca viene portata dietro e stringo la punta di quella nera… (Beh, lo so questo è un esercizio che sa più di prestigiatore che di scrittore..ma basta farci un po’ di pratica, vi assicuro che è più facile a farsi che a dirsi).

Non ignorare il pianto del bambino
a cui sottratto gli è stato il materno nutrimento.
Non girar lo sguardo su quel corpo mutilato,
è passato per sbaglio su un campo minato.

Apri gli occhi ed osserva,
guarda, piove sangue misto ad odio
lì nel giardino dell’Eden

Mentre Caino uccide ancora un altro fratello
Piange una mamma l’innocenza violentata
Rimbomba l’aria delle grida di una donna
all’avanzare dell’ oscurità notturna…


– Basta! Smettila… Smettila! Non capisci che questi sono pensieri che ogni giorno gli uomini debbono affrontare?
– Forse hai ragione tu. Il guaio è che poi arriva la notte… le stelle… la luna e … il sonno. E nel sonno tutto questo lo si abbandona e si vive nella dimensione del sogno…

Una pausa, tendo l’orecchio… sono cessate le voci?

-Sai che ti dico? Noi il nostro dovere lo facciamo ogni giorno. E abbiamo il nostro bel da fare ad evitare che lei si cacci in guai più seri. Almeno a lei riusciamo a tenerla lontana dalla guerra, dalla fame, dalla droga e da tutte quei veleni nocivi che molti invece sono costretti a subire. Penso che con lei abbiamo fatto un buon lavoro. Chissà se si rende conto di quanto è stata fortunata! Lasciamo che torni a letto e si riposi. Lei sa quando è il momento di tacere e quando quello di parlare. Deciderà lei. Non per nulla è adulta… Però anche io ho un sogno… sai?
– Sentiamo…
– Sarebbe bello se alla sua voce se ne unissero altri cento.. e poi cento.. e poi cento…
– Ecco… Sogna…

Amore in toga

z_toga_avvocato_JPG_370468210Lungo il viale, ingentilito da macchie di colore dei primi fiori, una figura femminile avanzava lentamente. Il profumo dei fiori si spandeva in quell’aria primaverile  trasportato dalla calda brezza che lieve le carezzava la pelle  facendole fluttuare il leggero vestito di seta, a stampe floreali, sul corpo snello e compatto.

Percorse gli ultimi metri con una certa rapidità, quanto glielo consentivano le eleganti chanel dal tacco sottile che sembrava volesse incastrarsi, ad ogni passo, nell’acciottolato della pavimentazione. Si teneva stretta al corpo l’elegante borsa di cuoio per evitare che il vento potesse sollevarle l’abito.

Finalmente in macchina trasse un profondo respiro, indi sbuffò, come una ragazzina, emettendo l’aria che aveva trattenuto da quando aveva chiuso il portone del palazzo. Mise in moto e abbassò il finestrino mentre la voce dello speaker riempiva l’abitacolo. Agganciò la cintura di sicurezza e lentamente si immise nella corsia, risucchiata dal traffico della città. Intanto ripensava alla telefonata, ricevuta mentre stava ancora soerseggiando il primo caffé della giornata. La voce di lui, calda e profonda, le augurava il buongiorno, nonostante il sole era già sorto da un bel po’. Aveva ricambiato il saluto con lo stesso trasporto che metteva nel baciarlo al mattino; quando si svegliavano ancora abbracciati nel letto dopo una travolgente notte d’amore.

Poi la discussione scivolò sul quotidiano e sugli impegni di entrambi per la mattinata. Stava per salutarlo quando lui la bloccò con quella richiesta paradossale… assurda… bislacca… togliendole la parola. Lui interpretò il suo silenzio come assenso e concluse sussurrando:

-Ti adoro -.

Aveva ubbidito più per amore che per intima convinzione assecondando la sua richiesta. Anche se ora doveva ammettere a se stessa che la cosa la eccitava, nonostante tutto. L’unico problema era che proprio quella mattina aveva due udienze in Pretura ed una sentenza in Tribunale.

Entrò nella cancelleria con la speranza che qualche istanza fosse stata revocata per l’assenza del giudice. Si sentiva gli sguardi insistenti dei colleghi addosso, come se sapessero e volessero spogliarla. Arrossì al pensiero. Il cancelliere gli confermò la presenza del giudice quindi non le rimase altro da fare che depositare degli atti al registro e dirigersi verso l’aula delle udienze. Uno dei clienti non si presentò per cui il giudice rinviò l’udienza. L’altra causa era una banalissima controversia per morosità.

Alle 11.15 era in Tribunale. Il cuore iniziò a batterle all’impazzata. L’aula era come al solito affollata da clienti e avvocati. Aveva dato appuntamento al suo cliente per le 11.00 ed era in ritardo ma il suo pensiero era altrove.

Alla faccia della professionalità – scosse la testa per scacciare questo pensiero mentre dirigeva lo sguardo intorno all’aula per fermarlo alla scrivania dove lui stava seduto impegnato a presiedere una causa.

Bello… pacato… distaccato come si conviene ad un giudice. Sollevò la testa come se avesse percepito il suo sguardo. I suoi occhi incontrarono quelli di lei, ammiccò nella sua direzione, lei abbassò la testa annuendo, mentre le guance si coloravano di un leggero rossore che non sfuggì allo sguardo attento e penetrante di lui che sorrise per poi tornare al suo lavoro.

Distolse lo sguardo per cercare di individuare il suo cliente che, avendola scorta da lontano, or si stava dirigende verso di lei. Gli andò incontro mentre venivano raggiunti dall’avvocato con la controparte. Il collega tentò una mediazione nella speranza di giungere ad un patteggiamento prima di presentarsi davanti al giudice. Il cliente scuoteva il capo. La soluzione che i due gli prospettavano sembrava non lo soddisfacesse. Scrollò le spalle mentre il cellualre squillò.

– Allora è proprio vero… Hai fatto quello che ti ho detto! – La voce soffocata di lui ebbe il potere di riaccenderle ulteriormente i sensi. Si girò per cercarlo nella stanza e lo vide in fondo, vicino alla finestra che si affacciava nel cortile interno del Tribunale. Le spalle girate alla sala.

– Chiedo scusa – e si allontanò lasciando i suoi interlocutori a discutere.

– Lo sai che non so negarti nulla- bisbigliò piano nel ricevitore.

– Ti aspetto nel mio studio… Raggiungimi quando hai finito.

Chiuse con un leggero colpo lo sportelletto del cellulare… L’animo ed i sensi in tumulto. Il suo cliente, intanto, continuava a discutere e la discussione diveniva sempre più incandescente. Vani gli sforzi degli avvocati di entrambi per sedare gli animi.. E così, in questo stato, si presentarono davanti al giudice che li aveva appena convocati, il quale infastidito un po’ per motivi suoi, un po’ per come si erano presentati davanti a lui, decise di rinviare il pronunciamento della sentenza.

Tirò un sospiro di sollievo e accomiatatasi dal gruppo con la scusa di un’altra causa si diresse verso la macchina. Il solito traffico dell’ora di punta le impediva di procedere spedita. L’ufficio, che condividevano entrambi, non era distante dal tribunale eppure sembrava che non dovesse mai arrivare. La segretaria non c’era. Lui aveva pensato di affidarle degli incarichi burocratici da svolgere verso degli enti pubblici e così mentre cercava le chiavi dentro la borsa, lui aprì la porta e la trasse a se prendendole la mano e portandola sulla patta dei pantaloni.

– Guarda in che stato sono da oltre due ore – le disse con voce rauca mentre le faceva toccare con mano l’effetto che lei riusciva a suscitare in lui solo al vederla e al pensiero di sapere che lei aveva eseguito il suo impudico… sensuale… folle desiderio…

Si strinse a lui, le loro bocche si incontrarono. Lui non resistette oltre e sollevandole il leggero vestito di seta fece scorrere con vogliosa bramosia la sua mano tra le cosce tornite. Salì deciso e senza indugiare oltre affondò le dita in quel caldo ed umido nido…

– Ti adoro! – ….

<!– –>

Mendicante per amore

La mano timidamente protesa verso i passanti. Se ne stava così, acquattata, le ginocchia piegate, la lunga gonna di tela indiana a ricoprir le esili gambe fino a terra. Là dove sbucavano timidi due piccoli piedi rinchiusi dentro un paio di scarpe che avevano conosciuto tempi migliori. Logori e consunti al punto tale che era difficile individuarne l’originario colore. In verità l’intero abbigliamento strideva su quel marciapiede che aveva come sfondo un elegante negozio di haute couture. La giornata calda e afosa, inusuale per quella città conosciuta non solo per i suoi musei e le sue maestose cattedrali, ma anche per i suoi boulevard pieni di café, non invitava certo i passanti a curarsi di quella piccola mano protesa a chieder l’elemosina. Se la passava meglio quando era in India… Lo sguardospento, annacquato, dalle cui chiare iridi non trapelava ciò che le rodeva dentro. Quel mezzo sorriso, che si era abituata a tenere stampato sul volto, per un attimo sembrò pietrificarsi su quella bocca, su quelle labbra carnose, osservando una figura che avanzava lentamente. La luce del sole alle di lui spalle non le consentiva di definirne i lineamenti ma, nonostante ciò, intravedeva in quella figura un che di familiare. Il cuore le si fermò in gola. Impallidì. Un leggero tremore iniziò a scuotere il suo esile corpo. Restò immobile, incapace di un pur minimo gesto mentre lo osservava avanzare nel suo inconfondibile stile. Elegantemente sfrontato. Bello. Ancor più bello di come lo ricordava nei suoi sogni, a sera, chiusa nella sua piccola camera ammobiliata alla periferia est di quella città… con una minuscola finestra che dava sulla Senna… o quando si trovava in qualche catapecchia in uno dei vicoli di Bombay… Indossava una camicia e dei pantaloni di lino bianchi, ai piedi un paio di college e sosteneva per le spalle una giovane donna. Alta, bella, bionda…sofisticata. La falcata inconfondibile da fotomodella o comunque di chi è avvezza a calcar le scene davanti agli sguardi ammirati dei maschi. Una lacrima lentamente le rigò la guancia… Quanto tempo era passato! Si alzò precipitosamente, raccolse la sua borsa e stringendosela al seno rapida si diresse in direzione opposta a quella da cui sopraggiungevano i due innamorati. Solo quando fu certa di aver lasciato tra lei e loro la giusta distanza liberò i singulti che le strozzavano la gola.

****

Pioveva a dirotto e grossi goccioloni picchiettavano sui vetri e sul tetto di quella piccola mansarda situata al VI piano di un edificio ottocentesco in rue de Boulogne. All’interno due giovani corpi si abbandonavano stremati dopo gli ultimi spasmi di un ardente orgasmo. Lui allungò la mano e, scostando con dolce tenerezza i lunghi capelli biondi dal viso botticelliano di lei, si allungò depositando un dolcissimo bacio sulle di lei labbra. A quel gesto lei rispose con altrettanta dolcezza. Venere stremata dalla passione che languidamente si abbandona a quel corpo, a quelle labbra, a quegli occhi di fiamma. E si fermò il tempo, dileguandosi nei loro sguardi. Si svegliarono molto tempo dopo. Aveva smesso di piovere, lui si alzò e così, nudo come si trovava, si accostò al cavalletto che troneggiava al centro di quel monolocale. Lei, con mosse sensualmente feline, allungò il corpo slanciato e lo osservò tra le palpebre socchiuse. – Hugo… – la voce calda e languida ruppe il silenzio . Lui si girò a guardarla e portando l’indice alle labbra le fece cenno di tacere. Quindi, esprimendosi sempre con i gesti allungò il palmo della mano destra, tra le cui dita svettava il pennello imbevuto di colore, verso di lei che nel vedere il gesto si immobilizzò… Hugo riportò la sua attenzione sulla tela e intingendo il pennello nel colore sulla tavolozza riprese a dipingere con gesti che divenivano, via via, sempre più rapidi e sciolti. Lei, immobile sul letto – ammesso che si potesse definire letto quel giaciglio costituito da uno striminzito futon poggiato sul parquet – lo osservava imbevendosi di quel corpo muscoloso ed asciutto. Soffermò lo sguardo sui glutei alti e sodi per poi portarlo sulla cosa che di lui l’affascinava di più: le sue mani. Mani dalle dita lunghe e nervose che ora si muovevano sulla tela or con forza, or con dolcezza. La stessa forza e la stessa dolcezza di quando scorrevano sul suo corpo accendendo in lei i brividi della passione più ardente. Lui, come se avesse captato i di lei pensieri, distolse lo sguardo dalla tela e le sorrise. – Sono sicuro che questo sarà il mio capolavoro. Quello che mi farà conoscere al pubblico ed ai galleristi – esclamò con impeto, proseguendo: – Quando diventeremo ricchi la prima cosa che ti regalerò sarà un viaggio sulla Luna. Gli sorrise comprendendo il senso di quel paradosso. – Io sono già oltre la Luna – le rispose mentre si avvicinava a lui. Lo strinse da dietro e lo baciò sulla nuca. Lui posò il pennello e prendendole le mani le accostò alle sue labbra…

****

Camminava spedita incurante dei passanti. Le lacrime le offuscavano la vista. Evitò per un pelo di scontrarsi, inciampando su un piccolo yorkshire, con un uomo che fu pronto ad afferrarla per le braccia impedendole una rovinosa caduta. Confusa, rossa in volto, borbottò delle rapide scuse…

****

Era tornato a casa salendo gli scalini a due a due. Trafelato, le mani dietro la schiena, il suo sorriso più bello ad illuminargli il volto e lo sguardo. Lei stava provando a cucinare un pranzo decente su quella minuscola cucina da campo con soli due fornelli. Lui le cinse la vita mentre le poneva davanti un piccolo fiore bianco. L’odore della camelia penetrò nelle sue narici, chiuse gli occhi e sorrise assaporando quell ‘attimo. Lui la baciò sul collo, poco sotto il lobo dell’orecchio quindi le sussurrò: – Ci siamo! Ho trovato una galleria. Il proprietario ha detto di portargli altre mie opere. Le esporrà in mostra permanente e… senza che io sborsi un centesimo di franco. Se li venderà, cosa di cui sembra certo, dividerà il ricavato con me… fifth-fifth. Ha anche stabilito un prezzo… che io trovo eccessivo per i miei quadri… ma mi ha detto di fidarmi che sa il fatto suo… Vedrai che molto presto riuscirò a portarti sulla Luna… Il giorno sembrò essere giunto in fretta. Al vernissage che il gallerista volle fare per mostrare le sue opere in anteprima. L’aria da pittore bohemiene, il fisico asciutto, il sorriso accattivante… non gli ci volle molto per essere circondato dalle belle donne che sembrava facessero a gara per contendersi le sue attenzioni. Non resistette molto lì, in quella galleria illuminata a giorno, lei con i suoi jeans consunti e la t-shirt sopra all’ombelico si sentiva come una pattumiera messa per sbaglio nel salone della festa. Lentamente iniziò a retrocedere, lo sguardo fisso su di lui a imprimersi nella mente quegli ultimi istanti, arrivò all’uscio di quella elegante galleria. Appena si ritrovò sul marciapiede si guardò attorno disorientata, come un cane che ha smarrito il padrone. Quindi, senza riuscire a prendere nessuna decisione si allontanò rapidamente. Il buio risucchiò la sua figura. Inebetita. Confusa. Solo un pensiero in testa. Doveva andare lontano… lontano da lui che sentiva di aver già perso. Non tornò alla loro mansarda ma si rifugiò a casa di un’amica che la accolse senza chiederle nulla. Ci sarebbe stato tempo per parlare… era stremata. Il giorno dopo senza dire nulla a nessuno alla “gare du Lion” salì sul primo treno… destinazione “India”.

****

Era tornata da poco, non aveva cercato nessuno dei vecchi amici. Viveva elemosinando per le strade di Parigi. Parigi, la città degli innamorati per antonomasia. Parigi la grande puttana che rapisce i sogni dei giovani svendendoli per quattro luridiscenti spiccioli… Sapeva che sarebbe successo, che prima o poi l’avrebbe rivisto ma certo non immaginava che quella vista sarebbe stata come un pugno nello stomaco. E lei tornava a fuggire ancora una volta lontano da lui. Lui così bello e famoso. Lui coccolato dalla stampa e dalle donne. Lui che immancabilmente appariva sulla cover di qualche rivista di gossip. Lui che sembrava non aver più tempo da dedicare alla sua vera passione. Ma così non era. Nella galleria, di cui era divenuto ben presto socio, un suo quadro, fresco di colore, troneggiava sempre su un cavalletto davanti alla vetrina. Lei vi andava sovente. La sera. Quando i negozi erano chiusi e si fermava lì per ore a contemplarlo. Le sue opere avevano ancora il sapore di quando vivevano nella mansarda di rue de Boulogne anche se i colori erano molto più forti… quasi rabbiosi. Ma tutti con un comun denominatore. Una piccola luna su cui si intravedeva, diafano, un volto botticelliano…

Anche a casa mia c’è il Nord ed il Sud:

la soffitta e lo sgabuzzino…

Scendono patine di silenzio nella vecchia soffitta, da tempo abbandonata, con la volta di vetro puntata come un missile verso il cielo.

Si fermò sull’uscio. I raggi del sole, passando attraverso i vetri, illuminavano un sottilissimo pulviscolo, sospeso nell’aria, che rendeva magica l’atmosfera della stanza con quel dorato baluginio. Evidentemente polvere metallica.

Fece qualche passo avanti, verso il centro della stanza, rompendo qualche ragnatela che le sfiorava il volto. C’è tanta di quella polvere depositata sulle cose che perfino i ragni hanno abbandonato da tempo le loro trappole per moria di insetti.

Riportò lo sguardo sulla volta vetrata. Era una costruzione avanguardista per il periodo in cui fu costruita. Una sfida allo stile architettonico della rigida epoca vittoriana. In realtà l’architetto, nel suo progetto, aveva previsto la tipica soffitta quadrata con le ampie finestre ad arcata, progetto che ricordava molto il Bracketed style, ma il suo bisavolo era un uomo dal carattere estroso ed estroverso che adorava gli spazi ampi e luminosi e così aveva fatto costruire quella cupola di vetro, precedendo di qualche decennio quella molto più grande e famosa del  palazzo del Reichstag di Berlino:

-Per guardare il cielo quando pioveva. – Era stata la sua spiegazione.

Sorrise ripensando alle  impavide e spregiudicate gesta del giovane bisavolo che la nonna soleva raccontarle. Come ad esempio il ghiribizzo che gli prendeva, ogni tanto, di far lanciare monete d’oro in aria dai suoi servitori per poi divertirsi a colpirli con la sua colt. Di questo i servitori gli erano riconoscenti, che le monete una volta bucate, rimanevano lì, sul prato, abbandonate.

Volse lo sguardo attorno a sé, in un angolo, addossato alla parete, uno scaffale con le ante di vetro molato custodiva i suoi giocattoli. Ricordava ancora il giorno che li aveva portati su , aiutando il padre. Era il periodo delle vacanze, la scuola era finita da poco e lei già si annoiava, lì in quella grande casa, senza compagni con cui giocare. Nemmeno un fratello, nè una sorella. Eppure quanto avrebbe desiderato averne uno o una! Tante volte era stata sul punto di chiedere alla mamma di farle trovare questo regalo sotto l’ albero ma poi si era sempre trattenuta. I bambini a volte comprendono istintivamente quando è il caso di tacere. E, istintivamente, lei sentiva che quello era un argomento che in casa non si poteva toccare. Solo molto più tardi ne comprese la ragione. La mamma aveva avuto un parto non solo doloroso ma molto difficile  che ne aveva pregiudicato la possibilità di poter generare altra vita. Si intenerì al pensiero, provando un baratro d’affetto enorme per quella donna, per sua mamma.

Si accostò alla mensola, alcune bambole erano state posate una accanto all’altra, come a tenersi compagnia. Le prime bambole con la faccia ed il corpo in vinile, vestite e pettinate come signorine. Chissà se a sua figlia sarebbero piaciuti i suoi giocattoli…

I suoi giocattoli: ad esempio quel minuscolo servizio da thé in porcellana che il padre le aveva portato di ritorno da uno dei suoi viaggi dalla Cina o il teddy-bear, rigorosamente cucito a mano con gli occhi di vetro ed il naso in pelle nera,  che giaceva con le spalle a ridosso ad un libro di favole. Richiuse piano le ante, senza provare emozione alcuna,  con lo stesso sentimento con cui si girano le pagine di un libro già letto.

Era andata su per un altro motivo. Tornò a guardarsi attorno, soffermando lo sguardo su ogni oggetto che incrociava i suoi occhi. Ognuno portava impresso la memoria di qualcosa. Ed emergevano così, lievemente, i ricordi, le sensazioni, le emozioni…

Ed eccolo lì quello che cercava: un mezzo busto di marmo bianco su un piedistallo in onice nero.

Sembrava una di quelle sculture che si mettono sulle tombe, nei cimiteri. Non aveva mai capito perché mai si trovasse in casa quella scultura. Collocata in un angolo dell’ entrata principale della parte posteriore. Quella che portava al giardino sul retro della villa. Adorava quel giardino, non solo perché era sempre avvolto da una leggera frescura, che il sole riscaldava solo al mattino, trovandosi ad est, ma anche perché al centro, in un grande stagno coperto di ninfee rosa, nuotavano placidamente tanti pesciolini rossi, bianchi, arancioni. Un arzigogolato sistema idrico favoriva l’ossigenazione dell’acqua che scorreva sopra  rocce naturali, rituffandosi dentro lo stagno. Ricordava i pomeriggi in cui, seduta su una delle poltroncine in vimini, sorseggiava corroboranti frullati di mirtilli con unici ospiti le sue bambole che occupavano le altre sedie vuote.  Poco oltre un leggero pendio conduceva su un sentiero che dopo aver costeggiato un ampio vigneto,  scompariva nel bosco.

to be continued…

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